Palcoscenico praticamente vuoto: un leggio sulla sinistra, un divano posto obliquamente sulla destra e sulla scena Marco Pantani, il "pirata". Si tratta, ovviamente, di "Pantani", il documentario teatrale di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari. L'impressione che ne abbiamo avuto, confermata anche dal breve scambio di battute avuto con il regista ed autore Martinelli, prima dello spettacolo, è proprio che l'assenza sulla scena di un attore che interpretasse il grande ciclista, lo "scalatore venuto dal mare", non potesse che rafforzarne maggiormente il peso.
L'assenza "fisica" di Marco Pantani (purtroppo nella vita, come sul palcoscenico) è compensata ed evidenziata dagli attori che impersonano la famiglia di Marco: la mamma Tonina, il padre Paolo, la sorella Manola, gli amici più stretti e, sì, anche l'Inquieto, il giornalista francese che si pone degli interrogativi senza risposta e che, in una sorta di "inchiesta teatrale", "modera" e "dirige" il ricordo del "da tutti riconosciuto", ma forse non completamente e veramente conosciuto, "pirata".
Si ascoltano le parole di Ermanna Montanari - vincitrice del premio Duse 2013 - e ci si dimentica presto di non essere davanti a Tonina, la madre "che fa le piadine in un chiosco", romagnola sanguigna come l'abito rosso che indossa, "orfana" (un termine così assurdo da non esistere se riferito alla perdita di un figlio, ndr) del figlio forse da molto più tempo del giorno della morte, avvenuta in circostanze non ancora chiarite, il 14 febbraio del 2004; forse orfana del proprio figlio fin da quando lo vide per la prima volta sfrecciare sulla sua bicicletta troppo vicino ai canali di Cesenatico, con il rischio di caderci dentro; o forse orfana del proprio figlio da quando cominciò a scalare con i pedali le montagne del Giro d'Italia e del Tour de France per raggiungere le più alte vette del ciclismo e diventare "figlio d'Italia". Non siamo a teatro, ma accolti nel salotto di casa, nella vita stessa di Marco, raccontata da chi veramente lo conosceva. Ed ecco quindi trasparire l'affetto, la frustrazione, la rabbia, a stento trattenuta, nei confronti di un sistema sportivo forse troppo complicato "politicamente" da poter essere accettato da un uomo, da un ragazzo semplice come era Marco, che voleva solo correre in bicicletta.
L'infanzia, la voglia di sfidare e sfidarsi, la caparbietà di rialzarsi dopo le cadute, non nei canali di Cesenatico come temeva Tonina, ma nella Torino-Milano, o nel Giro d'Italia (per un gatto finito tra le ruote), il contratto con la Mercatone Uno e la caduta, vogliamo pensare per un "pedale" arpionato in una falla delle montagne scalate, a Madonna di Campiglio, quando il risultato dell'esame del sangue, presentando un valore di ematocrito alto (esame poi riconosciuto alcuni mesi più tardi dall'Unione Ciclistica Internazionale come non attendibile), lo condannò senza pietà alcuna, in primis dai media. Tutto narrato, vissuto addirittura, attraverso l'eccellente recitazione dei componenti del Teatro delle Albe di Ravenna, con un rispetto ed una sensibilità che non mancano però di attenta e minuziosa descrizione dei fatti e di un trentennio della società italiana, che vede l'ascesa di Berlusconi e Vallanzasca in prigione al quale chiedono di scommettere sul Giro d'Italia ("ma non su Pantani, vedrai, non vincerà!"), e di una famiglia, orgogliosa e preoccupata per uno sportivo del calibro di Marco Pantani, con tutti i pro e i contro dell'avere in famiglia un così ingombrante personaggio.
Un racconto appassionante che ipotizza senza però giudicare, non certo come hanno fatto i media con Pantani, tra i responsabili della rovinosa caduta, nel susseguirsi di "pantani", termine sul quale gioca il titolo nell'accezione di fango e del nome del ciclista. Uno sporco condiviso da certa società che ha "schizzato" Marco fin da quel 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio.
Un'opera completa, che, come ci ha dichiarato il regista Martinelli - recente vincitore del premio Ubu 2013 come “Migliore novità italiana (o ricerca drammaturgica)” per questa stessa piéce - cerca di portare a teatro gli sportivi che amavano Pantani, e che magari si appassioneranno al palcoscenico, e gli amanti del teatro che forse desidereranno conoscere di più lo sportivo. Un'opera che porta in scena suggestive e simboliche intuizioni, come i cori, che raccontano momenti d'Italia e che ricordano quelli alpini, delle montagne che Marco amava scalare, e le proiezioni di stralci del Giro o del Tour de France.
Un'opera che meriterebbe di essere trasmessa anche in televisione, per avvicinare il pubblico più recente e meno informato alle vicende dello sportivo, ma anche al buon teatro. Un passaggio che potrebbe avere anche il merito di far ragionare, in un'epoca di "sbatti il mostro in prima pagina" e non ti curare delle conseguenze, quanto drammatiche queste conseguenze possano poi rivelarsi. Dire mi dispiace, dopo, serve a poco.









