Testimone d’accusa (recensione)

I gialli di Agatha Christie non temono il passare del tempo, anzi, sembrano ringiovanire con il trascorrere degli anni

i due protagonisti di Testimone d'accusa
m&s - i due protagonisti di Testimone d'accusa

Chi potrebbe mai dire che “Testimone d’accusa” sia stato scritto nel 1925, cioè quasi 100 anni fa da Dame Agatha Christie? Oltretutto attingendo, come spesso faceva, ad eventi autobiografici? L’attualità delle tematiche e la freschezza del testo sembrano sempre attuali, tanto che siamo certi potrebbe essere tranquillamente messo in scena rivisitando scene e costumi e traslando gli eventi ai giorni nostri. Ma siamo lieti che nessuno l’abbia ancora fatto perché la bellezza della parola e la caratterizzazione dei personaggi fanno dell’opera una perfetta architettura di stampo giallo.
Architettura ricostruita perfettamente dalla messa in scena di Geppy Gleijeses che dirige sul palco un cast i cui attori sono tutti perfettamente calati nel ruolo.

Andiamo però con ordine, senza svelarvi troppo perché, pur essendo ormai un classico, potremmo ancora trovare (speriamo poche) persone che non hanno mai letto il libro o assistito allo spettacolo.

Leonard Vole (Giulio Corso) è un piacente giovane uomo, sposato con la più matura e straniera Romaine Heilger (Vanessa Gravina), fuggita grazie all’aiuto dell’uomo dal suo paese d’origine, la Germania dell’Est. Aiutando Emily French, una “povera signora” che rischiava di essere investita dall’autobus, ha con lei stretto una forte amicizia, tanto da frequentarla, trascorrere serate a giocare a carte e scoprire, leggendo sul giornale della sua improvvisa morta conseguente (sembra) ad un furto finito in tragedia, di essere diventato suo unico erede. Il povero Vole è sospettato di essere l’assassino, nonostante si sia subito recato volontariamente dagli inquirenti per poter raccontare le ultime ore di vita della povera Emily alla quale voleva bene come ad una zia. A questo punto l’unico modo per salvarsi dall’impiccagione è chiedere aiuto all’avvocato Sir Wilfrid Robarts (Paolo Triestino), coadiuvato dall’amico e collega Mayhew (un eccellente Antonio Tallura, spalla perfetta di Sir Wilfrid) che per primi non dovranno “combattere” contro l’accusa, quanto proprio contro la moglie più matura, fredda e glaciale di Vole che in uno spietato gioco, pare voglia dire solo ed esclusivamente la verità. Ma quale?

Nel 1957 Billy Wilder aveva fatto del testo un capolavoro cinematografico aggiungendo degli elementi (alcuni personaggi) non presenti nel copione teatrale, ma assolutamente eccellenti tanto da ricevere 6 nomination all’Oscar.
La messa in scena è molto più asciutta rispetto al film che molti ricordano e trasporta completamente lo spettatore all’interno di un aula di tribunale (ottimo allestimento scenico con innesti dello studio di Sir Wilfrid direttamente davanti allo scranno giudiziario, o bench), il cui quid in più è dato dal ticchettio costante della macchina da scrivere utilizzata dello stenografo durante tutto il dibattimento. Dibattimento che si snoda senza esclusioni di colpi, mantenendo sempre alta la tensione, palpabile e affilata come una lama di coltello che sembra affondare sempre di più per mano di Romaine sulla schiena di Leonard. Il “vociare” registrato dei presenti in aula del tribunale acuisce ulteriormente l’atmosfera vissuta maggiormente da sei fortunati spettatori che di sera in sera vengono scelti tra il pubblico e chiamati a costituire la giuria “godendosi” la pièce dall’interno. Un abbattimento ancora più marcato della cosiddetta quarta parete che, a ben vedere, nei perfetti meccanismi teatrali della Christie non si è mai completamente avvertita.

Cast eccellente: ogni attore adatto al ruolo interpretato quasi come un abito sartoriale perfettamente cucito addosso: dall’ingenuo Giulio Corso al giudice, all’avvocato dell’accusa ai personaggi di corredo nell’aula di tribunale, alla segretaria di Sir Wilfrid.
Una nota su tre attori in particolare dobbiamo però inserirla, senza nulla togliere agli altri.

La performance di Paola Sambo nelle vesti della “sorda” dama di compagnia della signora French ci ha divertito senza farci perdere il senso della tensione e senza diventare caricaturale. Ironica, autoironica, l’archetipo della signora di altri tempi che “facendosi i fatti sui si faceva quelli degli altri” ha ricevuto più di un meritato applauso.

Oltre l’ironia che da sempre lo contraddistingue, troviamo Paolo Triestino a proprio agio nella toga dell’avvocato inglese tutto d’un pezzo, che con aplomb ed eleganza ne hanno fatto un perfetto Sir Wilfrid capace di risorgere dalla ceneri come una fenice anche nel momento della scoperta di dure e incomprensibili verità. Riesce ad interpretare non solo il personaggio scritto dalla Signora del Giallo ma anche quello dell’avvocato della difesa che deve saper unire, dal punto di vista giuridico, il ruolo dell’ assistenza, prestando una collaborazione di natura tecnica e diventando la bocca e l’orecchio “giuridico” del cliente a quello di rappresentanza, agendo in sostituzione in questo caso di Vole nell’esercizio di diritti e facoltà.

Il “corpo a corpo” dialettico con Vanessa Gravina ha enfatizzato ulteriormente la bravura di entrambi che non hanno mai dato segni di cedimento durante le due ore e 15 minuti di spettacolo (senza interruzione) mantenendo un registro drammatico costante ed ineccepibile. Anzi, la dinamica tra i due attori ha permesso a tutto il cast di creare un’alchimia che pensiamo sarebbe piaciuta anche a Dame Agatha Christie. La Gravina dal canto suo è riuscita, complice il phisique du role, nel rendere ancora più algida e apparentemente distaccata e disinteressata delle sorti del marito la più matura Romaine ma contemporaneamente a far empatizzare con il proprio personaggio.

Un giallo giudiziario da cercare in streaming nel film di Wilder, da leggere, da vedere,  soprattutto in teatro. E nel caso vi capitasse di essere chiamati a comporre la giuria, non esitate, per timidezza o vergogna. Le emozioni che si provano da spettatori sono amplificate dal vivere sul palco la visione dello spettacolo. Ve lo garantiamo.

GITIESSE ARTISTI RIUNITI
TEATRO STABILE DEL VENETO
presentano
Vanessa Gravina, Giulio Corso
in
TESTIMONE D’ACCUSA
di AGATHA CHRISTIE
traduzione EDOARDO ERBA
con la partecipazione di PAOLO TRIESTINO
con MICHELE DEMARIA, ANTONIO TALLURA, SERGIO MANCINELLI, BRUNO CRUCITTI, PAOLA SAMBO, FRANCESCO LARUFFA, ERIKA PUDDU, LORENZO VANITA’
regia GEPPY GLEIJESES
scene ROBERTO CREA
costumi CHIARA DONATO
artigiano della luce LUIGI ASCIONE
musiche MATTEO D’AMICO
aiuto regia NORMA MARTELLI
foto di scena TOMMASO LEPERA
lo spettacolo è dedicato alla memoria nel M° GIORGIO FERRARA
durata 2 ore e 15 minuti senza intervallo

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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