Blue Thunder (recensione)

Il mio piano era resistere / La mia vita è quella in cui si ha paura che succeda qualcosa e poi succede, da Padraic Walsh

un momento dello spettacolo
m&s - un momento dello spettacolo

Uno spazio buio e semivuoto. Le luci si accendono e sul palcoscenico si scorgono solo sei sedie, in fila per due. Su di una di queste è accomodato Brian (Marco Cavalcoli). Sta lasciando una serie di messaggi alla segreteria di Jen, la donna con la quale si capisce aver avuto una relazione. Sono le tre di notte e sta per andare a dormire quando squilla il telefono. Dall’emozione sul viso si capisce che spera possa essere Jen, ma non è lei ad averlo chiamato, bensì uno dei figli che chiede a Brian un passaggio a casa per sé e per il fratello che è con lui.

Salgono così sul taxi-van (le sedute sono quelle di un mezzo) Ray (Gianmarco Saurino) e Dara (Mauro Lamanna), visibilmente euforici e alterati. Hanno bevuto (troppo) e l’alcol esaspera le loro emozioni: sono come due bambini che hanno appena fatto una marachella, come quella che stanno per fare nuovamente ( mangiare le patatine dentro il van) cosa che Brian ha sempre detestato.

Ray e Dara sono due dei dieci figli di Brian. Una famiglia, verrebbe da dire. Un padre che, conoscendo i due figli, sa di doverli riaccompagnare ai rispettivi letti. Ma veramente Brian conosce i due ormai uomini che ha davanti? E i due fratelli conoscono il padre? Si conoscono tra loro? Conoscono se stessi? Una serata di “leggeri bagordi” diventa quindi l’espediente per capire come “casa” e “famiglia” rivestano fin troppo spesso accezioni molto diverse da quelle che abbiamo in mente e come i legami affettivi non “siano” mai come “sembrano”.

Dara vuole entrare a casa della ragazza con cui è stato cinque anni e mezzo, l’unico amore della sua vita; donna della quale sia il padre che il fratello ignoravano l’esistenza. Ray vuole impedirgli di commettere un reato e vuole che il padre riporti il fratello a casa con sé, ignaro del fatto che Brian non viva più a casa perché separato dalla moglie e che sia lo stesso Van la sua attuale abitazione. Brian e Dara ignorano come Ray voglia lasciare il lavoro, a causa di una donna, a loro sconosciuta. Un triangolo conflittuale, tutto al maschile, nel quale si evidenziano le fragilità di quello che, nonostante le varie lotte per le pari opportunità, è ancora definito il sesso forte.

Un conflitto che si scatena a “corrente alternata”, con cambi di registro veloci che mettono a nudo l’una o l’altra fragilità, l’uno e l’altro punto di forza, accentuati simbolicamente dalla postura degli attori che siedono sempre uno dietro all’altro e, in rari casi, uno di fianco all’altro. Si danno le spalle, simboleggiando contemporaneamente il non fronteggiarsi a viso aperto e nel contempo il fidarsi l’uno dell’altro perché “di famiglia”, dando la possibilità di ricevere un “colpo a tradimento”.

In quaranta minuti di dialogo serrato (la pièce in realtà ne dura 54) si scatena una “tempesta” notturna di improvvise scoperte, dove i tre personaggi sono impegnati ad ammettere colpe e a lanciare accuse. Un viaggio, ma in un taxi parcheggiato, fermo, come fermi sono i tre occupanti, in un conflitto generazionale, dove si cerca di ricongiungere i cocci di una vita ormai in frantumi. Anime in tumulto che cercano di riavvicinarsi, di “cambiarsi” e di conoscersi sul serio anche per pochi istanti, facendo di quel Van un confessionale, un luogo d’intimità, di parvenza familiare, forse quella “casa” che ognuno di loro vede ormai andata in pezzi. Anime illuminate solo dai lampioni fuori dal Van che tagliano i volti donando loro luci ed ombre di cui sono composte.

In ogni personaggio c’è la percezione di una profonda solitudine che, soprattutto in Dara, è fatta di silenzi che si trasformano in dolore e disagio esistenziale squarciati da improvvise esplosioni di rabbia. Purtroppo, la vita non va sempre secondo i piani e i nemici di quella che viene definita “casa” non sono altro che l’indifferenza, l’incomprensione e la paura di essere giudicati dalle persone amate con reazioni diverse a seconda del carattere.

Una pièce che, pur svolgendosi sempre nello stesso luogo e arco temporale, si sviluppa con un montaggio cinematografico ben studiato, che lo streaming ha reso quasi un cortometraggio. Ne risultano esaltati sia ritmo della drammaturgia del britannico contemporaneo Padraic Walsh che l’asciutta regia di Mauro Lamanna, capace, oltre a dare una visione tagliente, anche di autodirigersi senza perdere credibilità.

La prova attoriale risulta impeccabile in tutti e tre gli artisti – abbiamo apprezzato in questo caso la possibilità della telecamera di “farci vedere” le lacrime di Saurino, assolutamente convincente sia nella parte gogliardica che in quella angosciata –  tanto da chiederci se il pubblico (magari seduto comodamente sul divano di casa) non si sia posto degli interrogativi, una volta spento il pc, sulla propria vita familiare e sulla piena consapevolezza di sé. Il finale (che ovviamente non vi raccontiamo) sulle note della chitarra di Daniele Greco (che firma le musiche originali) lascia gli stessi quesiti: riuscirà “l’amor che move il sole e le altre stelle” a tirar fuori i tre uomini dai meandri delle loro paure?

Divina Maria
presenta
BLUE THUNDER
di Padraic Walsh
traduzione Maurizio Mario Pepe
con Marco Cavalcoli, Mauro Lamanna, Gianmarco Saurino
musiche originali Daniele Greco
organizzazione generale Pietro Monteverdi
regia Mauro Lamanna
durata circa 60 minuti, escluso intervallo

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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