È ancora possibile stupire il pubblico? O trovarne il punto debole? o comunque stimolarne una qualsivoglia reazione, in positivo o in negativo? Può riuscire una singola rappresentazione - la quinta essenza della finzione - a "superare" i titoli (beceri) di tanti articoli in prima pagina o la maldestra empatia (con telecamera puntata negli occhi) manifestata in una delle tante disgrazie quotidiane? E le nostre domande, "stimolate dalle stimolazioni" di Naso e cielo, testo/installazione di Gian Maria Cervo, potrebbero continuare a lungo.
Cervo, nella doppia veste di autore e regista, si è mosso proprio dalle contestazioni che, nel 1921, hanno accolto la prima rappresentazione dei "Sei personaggi in cerca d'autore" di Luigi Pirandello, ricercando a sua volta di fare un omaggio al passato e - contestualmente - riflettere sulle condizioni culturali dell'Italia di oggi, su quanto sia ancora possibile (ma questo lo diciamo noi) fare cultura e/o teatro d'avanguardia. Se il pubblico del Teatro Valle di Roma più di un secolo fa si divise in tifoserie a favore o meno della grande opera pirandelliano, arrivando quasi allo scontro fisico, oggi cosa si dovrebbe scrivere per suscitare una reazione "quasi" simile, considerando che oramai siamo veramente abituati (o assefuatti) a qualsiasi cosa?
Muovendosi su questa sua "insofferenza", ci ha dichiarato l'autore (non Pirandello ma Cervo), si è voluto intessere un lavoro di attenzione nei confronti di chi ha voluto "recuperare l'identità italiana attraverso un senso reazionario e conservatore, rifacendosi a cliché o atteggiamenti puramente adulatori del passato, che non mirano però a comprenderne i processi creativi. La nostra antichità, il rinascimento, tutto il nostro passato è denso di significati, dove si è ripetuto l'isolamento o l'esilio di figure che avevano una grande capacità di interpretare la realtà ma che comunque hanno contribuito a informare la struttura culturale italiana (Dante, Machiavelli, Michelangelo, Caravaggio, ma anche Pasolini). Il rapporto ambiguo che hanno intrattenuto con le istituzioni del loro tempo la dice lunga. E proprio a Pasolini mi sono rifatto, con l'idea di fare una commedia divertente e provocatoria, ma che fosse allo stesso tempo una sorta di ammonimento del passato verso il contemporaneo. Gli autori di riferimento sono Eduardo De Filippo che metteva in scena tutto quello che di disgustoso c'era nella società e che poteva trovare in sé stesso, Luigi Pirandello che ha voluto sfidare la mentalità borghese e perbenista siciliana e italiana e, ovviamente, Pier Paolo Pasolini.
Su due file contrapposte di sedie siedono i performer della pièce, indossano abiti di foggia antica, sono gli ospiti di un albergo, che ci ha immediatamente evocato un altro autore (correlato) del passato: l'Eduardo Scarpetta di 'O miedeco d'e pazze. I dialoghi si avviluppano sui contrasti vuoti e senza senso che ogni trasmissione televisiva programma giorno dopo giorno, con la costante rassicurazione di avere sempre detto o fatto qualcosa di completamente nuovo o innovativo, mascherando invece l'inerzia più totale, solo un continuo ripetere e ripetersi (purtroppo Tomasi Di Lampedusa è stato accuratamente studiato). In mezzo alla scena abbiamo l'umanità di ieri e di oggi, con i suoi pregi che soccombono inesorabilmente di fronte ai troppi difetti. Il problema è che il malessere non è solo culturale, ma avvolge il mondo intero, estraendone quel succo vitale che prima o poi inariderà ogni forma di tessuto sociale. È solo, purtroppo, questione di tempo o di estinzione.
Voci e vociare, urla inutili che impediscono di ragionare, nudità e masturbazioni: i personaggi della pièce contemporanea sembrano usciti dal quel "manicomio" invocato nel maggio del 1921 al Valle. Non ci accorgiamo che traslandoli dalla sala teatrale e trasportandoli in un altro contesto non potrebbero che essere quanto più "normali" possibili. Ci diverte immaginare il disappunto dell'autore quando - ne siamo testimoni - ha ricevuto solo "complimenti", sia per la sua scelta drammaturgica che per il cast, chiamato sicuramente a un compito non proprio semplicissimo. Se "sperava" di essere appellato con "buffone" (a Pirandello è successo anche questo) non è riuscito nel suo intento.
Non ci rimane che attendere pazientemente la messa in vendita online della macchina del tempo di H.G. Wells, acquistandola e andando nel futuro potremo sapere se le provocazioni artistiche di Cervo hanno raggiunto il risultato auspicato, oppure - come pensiamo - se è semplicemente la "realtà" ad avere una forza che nessun autore, nemmeno Pirandello, riuscirà mai a esercitare. Potremo anche scoprire se ancora esistiamo, non diamo nulla per scontato.
NASO E CIELO
UNA RUMINAZIONE ITALICA
di Gian Maria Cervo
regia Gian Maria Cervo
con Matteo Bertolotti, Emanuele Carlino, Riccardo Ciccarelli, Valentina Curatoli, Rosario D’Aniello, Carlo di Maio, Sara Fontanarosa, Fabio Rossi, Elena Sisti
supervisione alla regia Pierpaolo Sepe
coreografie e movimenti scenici Pablo Girolami
costumi Rossella Oppedisano
con la voce di Mario Sturniolo
durata un atto unico di circa 80 minuti








