Il fuoco era la cura (recensione)

Cominciamo dalla fine: dai convinti applausi che hanno accompagnato il cast ai ringraziamenti finali

Il fuoco era la cura: una scena dello spettacolo
Il fuoco era la cura: una scena dello spettacolo

Lo spettacolo prende (liberamente) le mosse da Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, capolavoro letterario del '900, da alcuni - fortunatamente pochi - considerato come un romanzo di mera fantascienza e non per quello che realmente è: un'analisi lucida, forse distopica, del genere umano e delle sue continue derive. Dallo stesso romanzo, indimenticabile anche il film omonimo del 1966 diretto da Francois Truffaut, con Julie Christie e Oskar Werner. Nel 2018 - e la piantiamo con la sindrome del pizzino di Fazio - anche una versione televisiva per HBO, con la regia di Ramin Bahrami. 

Il libro (dal quale lo stesso autore ha tratto anche una versione teatrale) descrive un futuro in cui è vietato leggere pena l’arresto, schermi costantemente accesi alienano il tempo libero delle persone e il tentativo di pensare causa malessere fisico. In questo mondo il corpo dei pompieri non è più impiegato per spegnere gli incendi, bensì per bruciare i libri e se necessario anche i loro possessori, almeno coloro che non riescono a sottrarsi dal loro beneamato possesso. Come in tutti i regimi totalitari, esiste una comunità segreta di dissidenti, le persone-libro, che si impegnano a imparare a memoria un grande classico della letteratura mondiale, per salvarlo dall’oblio e tramandarlo così alle generazioni future. La citazione cinematografica di Johnny Mnemonic del 1995, tratto da un racconto di William Gibson, ci sembra quasi doverosa.

Il romanzo, uscito nel 1953, è ambientato negli anni ‘20 del XXI secolo, vale a dire oggi. I libri fortunatamente resistono ancora, stranamente ne vengono editi in numero superiore a quanti ne vengono letti, ma non abbiamo la deriva autodistruttiva, semplicemente assistiamo all'indifferenza, alla scelta di sostituzione della parola stampata o elettronica con un piccolo schermo che sposta completamente l'attenzione sul nulla da dire, immediatamente sostituito in grandi quantità (il termine corretto è scroller). 

«Quindi Bradbury si è sbagliato?» si sono domandati i componenti della compagnia, che a distanza di più di 70 anni dalla pubblicazione, hanno scelto di esplorare le pagine di questo classico contemporaneo teatralmente, per interrogarsi insieme agli spettatori sulle possibili derive socio-politiche e culturali del nostro presente. È troppo tardi? Ci chiediamo mentre assistiamo alla replica? - applaudita - al Teatro Unione di Viterbo.

«Dipende come intendiamo la distopia: una previsione sul futuro che a un certo punto viene confermata/smentita oppure un allarme sul presente che continua a rinnovarsi? Il fuoco era la cura attraversa e rilegge liberamente Fahrenheit 451, lo consuma come si fa con un romanzo amato, letto mille volte e trascinato in mille luoghi; lo sporca, lo dimentica da qualche parte e poi lo ritrova, mentre la copertina sbiadisce, la carta si scolla e le pagine si riempiono di appunti, biglietti, segnalibri e ricordi».

In scena, i cinque performer si identificano con i personaggi della storia, si muovono in senso orizzontale mappando i coni d’ombra, tutto ciò che Bradbury non spiega o non racconta, creando linee narrative parallele, deviazioni teoriche e creando spunti di riflessione che il testo continua a generare nel nostro presente, sulla possibilità oggi di derive totalitarie, apparentemente distopiche, ma non così distanti dalla realtà. Ribadiamo un concetto già espresso sopra, perché la ripetizione reiterata costituisce un sistema architetturale di verità (ci siamo adeguati al contesto).  

“Non è necessario bruciare libri per distruggere una cultura. Basta convincere la gente a smettere di leggerli”, ci stiamo - forse - non arrivando nei tempi brevi, ma di sicuro ogni giorno che passa ci avviciniamo sempre di più.

Scheda spettacolo

  • Titolo: Il fuoco era la cura
  • Liberamente ispirato a: Fahrenheit 451 di Ray Bradbury
  • Creazione: Sotterraneo
  • Ideazione e regia: Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Daniele Villa
  • Interpreti: Flavia Comi, Davide Fasano, Fabio Mascagni, Radu Murarasu, Cristiana Tramparulo
  • Scrittura: Daniele Villa
  • Luci: Marco Santambrogio
  • Abiti di scena: Ettore Lombardi
  • Suoni: Simone Arganini
  • Coreografie: Giulio Santolini
  • Oggetti di scena: Eva Sgrò
  • Coordinamento tecnico dell'allestimento: Marco Serafino Cecchi
  • Assistente all'allestimento: Giulia Giardi
  • Tecnica: Monica Bosso
  • Produzione: Teatro Metastasio di Prato, Sotterraneo, Piccolo Teatro di Milano - Teatro d’Europa, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
  • Con il sostegno di: Centrale Fies / Passo Nord
  • Durata: 90 minuti circa, escluso intervallo
  • Stagione Teatrale: 2025/2026
  • Voto: ★★★★☆ (4/5 stelle)
giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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