Acanto (recensione)

Acanto, scritto e diretto da Nicola Russo, è un viaggio nei ricordi di due sconosciuti

Acanto
m&s - Acanto (foto © Nicola Russo)

Le foglie d’acanto sono nel nostro immaginario fin da bambini come ornamento delle colonne greche. I capitelli corinzi, che riportano queste decorazioni, sono l’ultima evoluzione architettonica classica, l’ultima fase di uno studio approfondito sulla grazia e l’equilibrio. 

Nell'antichità, l'acanto era associato alla bellezza e all'abbondanza, ma anche alla passione e all'energia vitale. Secondo il mito, la pianta nasce dalle lacrime della ninfa Acantha invano corteggiata dal dio Apollo, il quale aveva il vizio di mutare la forma delle ninfe che lo rifiutavano in vegetazione: così con Dafne, così con Aretusa, così con Acantha che divenne una pianta dal fusto erbaceo con grandi foglie eleganti e sinuose, simbolo di sensualità e, appunto, bellezza ma anche di tragico amore non corrisposto. 

La vicenda in scena ha a che vedere con la storia di questa pianta. Si tratta di un’opera scritta e diretta da Nicola Russo, e interpretata da Alessandro Mor e Gabriele Graham Gasco che, con una intima attenzione alle esperienze e ai fatti comuni della vita, esplora la memoria e le relazioni umane attraverso una narrazione vivace e dinamica.

Lo spettacolo comincia con un uomo di circa 50 anni, camicia nei pantaloni e mani in tasca, che entra in scena. Davanti a lui due file di sedie e in fondo un tabellone nero con un numero. Parla al telefono e ci racconta di essere in una sala d’attesa per un esame particolarmente delicato per il quale non vorrebbe essere riconosciuto, quando silenzioso e bizzarro entra in sala un ragazzo. I capelli spettinati e la maglia dentro i jeans, il cellulare in mano per un sano scrolling, si rivolge all’uomo pur non essendo interpellato e, con non poco imbarazzo, i due iniziano a interagire. 

La tensione iniziale, per l’attesa, per gli esami, per il non voler condivide quel momento con nessun altro estraneo, diventa dialogo, battibecchi, immaginazione e descrizione. Quello che potrebbe sembrare un confronto generazionale è in realtà la creazione spontanea di un universo alternativo fatto di ricordi rivissuti scambiandosi di posto. Memorie e segreti, poesia e droga, tutto il vissuto merita di essere raccontato perché quando arriverà la diagnosi c’è bisogno di sapere chi sei.

Il fulcro del discorso è l’amore, l’eros, l’impulso vitale che spinge a conoscere sé stessi. Da un lato, l’uomo rivive la poesia delle sue notti nei parchi e nelle piazze, quando per caso ha avuto i primi occhi puntati addosso e quando per caso ha cominciato a svuotarsi di tutti i pesi che portava con sé; dall’altro, il ragazzo racconta la semplicità degli incontri online, il proteggersi dietro un falso nome e il lasciarsi avvolgere dalle storie di uomini più grandi, più eleganti, belli e brutti.

Questo scambio diventa un’occasione per interrogarsi sulla perdita dell’innocenza, sulla natura dell’innocenza, sulla bellezza. Le diversità diventano un terreno di incontro e, chiudendo gli occhi, le immagini dei loro racconti si fanno sempre più vivide in un gioco di specchi molto intimo e attuale.

Se alle prime battute si potrebbe avere l’impressione di una dinamica del “si stava meglio prima”, con i ricordi analogici imbellettati dell’uomo adulto, piano piano si fa spazio la forza vitale prettamente adolescenziale del ragazzo, che con audacia ci ricorda quanto sia bella la vita e quanto sia giusto viverla, ognuno a modo suo.  “Tu cerchi di elevare qualcosa che non ha bisogno di essere elevato” questa la critica rivolta all’uomo dal ragazzo, quando egli riveste di immagini liriche le sue rozze scopate (esperienze sessuali) nel tentativo di nobilitarle.

Non solo lo sguardo diverso sulla vita, sulla volontà, ma anche sulla sessualità, che non viene raccontata come una colpa o un’ansia bensì come un semplice dato di fatto, in equilibrio con tutta l’esperienza di vita, ma è diverso anche il destino, l’idea, le scelte. E alla fine la malattia, che non cambia assolutamente nulla. Non c’è un prima e un dopo l’AIDS, c’è solo un qui e ora. 

Allora, l’acanto, chiamato in causa in riferimento all'amore e all'eros, simboleggiando sia la bellezza sia l'abbondanza del desiderio che le sue potenzialità dolorose e inespresse, rimane l’ultima vetta di rappresentazione della nostra esperienza d’amore che investe tutti, prima o poi, sempre rivestita da grande fascino e sensualità, fino alla morte che per quanto spaventi non è qui e non è ora.

Maura Vindigni

ACANTO
testo e regia Nicola Russo
con Alessandro Mor e Gabriele Graham Gasco
scene e costumi Giovanni De Francesco
luci Giacomo Marettelli Priorelli
suono Andrea Cocco
video Matteo Tora Cellini
assistente alla regia Isabella Saliceti
produzione MONSTERA
in collaborazione con Alchemico Tre
durata 1 ora e 15 minuti

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