Chi ha paura di Virginia Woolf? Chi ha paura del buio? Chi ha paura dei propri fallimenti? Chi ha paura dell'odio che, volenti o nolenti, si cela nell'anima di ognuno di noi? E potremmo ancora progettare infiniti ritornelli sicuramente non solo legati all'assonanza del termine inglese "wolf" con "woolf". Ma soprattutto: chi ha paura di Virginia Woolf ha anche paura del teatro della vita?
George (Vinicio Marchioni) e Martha (Sonia Bergamasco) costituiscono la normalità fatta nucleo familiare, almeno nell'accezione più borghese di questo termine. Lui è un professore di storia in una università americana del New England. Lei è la figlia del rettore della stessa università dove insegna il marito, e questo non banale aspetto la pone in una scala gerarchica totalmente diversa da quella societaria statunitense, bianca e classista esaminata (sarebbe meglio scrivere presa a calpi e sputi) da Edward Albee. I due non hanno figli e sono arrivati a quel punto della loro vita di coppia in cui la complicità, se ancora esistente, ha lasciato troppo spazio a frustrazioni e rimpianti, evidenti o meno. Di ritorno da una cena a casa del padre di lei, già visibilmente ubriachi, si fanno raggiungere da una coppia più giovane e sposata da poco: Nick (Ludovico Fededegni) e Honey (Paola Giannini). L'intento dichiarato è quello di continuare a bere e concludere così la serata, ma i quattro non potrebbero essere più diversi gli uni dagli altri e lo scopo sottaciuto è altro.
In un teatro dell'assurdo, del surreale, dove la linea di demarcazione tra lucidità e follia, tra l'essere sobri e l'essere ubriachi, tra verità e bugia si fa sempre più sottile e non sempre è così percepibile, nella bella casa di George e Martha viene messo in atto un gioco al massacro dove le due coppie sono al contempo spettatrici e protagoniste, in un continuo scambio di ruoli. La complicità di coppia si spezza e si riunisce a seconda della situazioni. George e Martha sono due pugili che si ritrovano all'angolo, senza nessuna possibilità ulteriore di fuga: bisogna solo lottare e farlo all'ultimo sangue, perché solo uno (o nessuno) dei due riuscirà a vincere e non è ammesso il lancio della spugna. I due combattenti si sfidano, si fanno male, si feriscono, non materialmente o lanciandosi addosso oggetti, ma colpendo psicologicamente le parti più deboli l'uno dell'altra. Poi ad un tratto diventano compatti, nei confronti degli ospiti/vittime, uniti nel gioco della messa in scena di un figlio immaginario che, chissà, forse non sono mai riusciti a concepire o non hanno mai voluto avere.
Emblematico il tradimento di Martha con Nick, messo in risalto dalla forte sensualità della donna. Il marito viene tradito per ripicca, con lo sprezzante uso del potere che lei è consapevole di avere. E' la figlia di quel rettore che potrebbe far avanzare di carriera un giovane docente e che in passato avrebbe dovuto far fare carriera allo stesso George: una storia che si ripete? Una proiezione mentale di quello che siamo (o siamo stati) negli altri? Un ricorso storico? Il dato di fatto è che nessuno esce indenne dalla nottata.
Nick ed Honey si trovano davanti a ciò che probabilmente sarà il loro futuro; osservando George e Martha si vedono riflessi in uno specchio che li rimanda invecchiati. George e Martha ne escono sempre più feriti dal tempo che non tornerà più e senza neanche la consolazione di quel figlio che non arrivava e che forse era stato inventato in passato, in un gioco magari felice, da parte di entrambi. George l'ha ucciso, inventando l'arrivo di un telegramma in cui si annuncia un incidente mortale. Si avviano, soli, alla camera da letto. Domani è domenica e si può dormire un po' di più.
Rimane un unico grande interrogativo: ma chi è la Virginia Woolf nominata e celebrata nel titolo? Ipotizzando un gioco delle parti (Pirandello ci perdonerà), lo abbiamo irrealmente chiesto a chi decide di mettere in scena il testo e la risposta immaginiamo sia stata "è la canzoncina presente nella pièce". Lo abbiamo chiesto agli attori e la loro risposta la immaginiamo così: "è ciò che vede il regista". A questo punto non ci rimarrebbe che chiederlo ai diretti interessati: ad Edward Albee (dichiaratamente omosessuale) e Virginia Woolf (dichiaratamente femminista). La loro risposta? la potete trovare in teatro, dove George, Martha, Nick e Honey sono le quattro pedine nelle mani di Edward Albee. E' dal loro debutto del 1962 a Broadway che continuano a scontrarsi sui palcoscenici di mezzo mondo, compreso anche il celebre intermezzo cinematografico del 1966, diretto da Mike Nichols, con Elisabeth Taylor e Richard Burton. Perché dovrebbero fermarsi proprio ora?
CHI HA PAURA DI VIRGINIA WOOLF?
di Edward Albee
traduzione Monica Capuani
regia Antonio Latella
con Sonia Bergamasco, Vinicio Marchioni, Ludovico Fededegni, Paola Giannini
dramaturg Linda Dalisi
scene Annelisa Zaccheria
costumi Graziella Pepe
musiche e suono Franco Visioli
luci Simone De Angelis
assistente al progetto artistico Brunella Giolivo
assistente volontaria alla regia Giulia Odetto
documentazione video Lucio Fiorentino
produzione Teatro Stabile dell’Umbria
con il contributo speciale della Fondazione Brunello e Federica Cucinelli
durata 2 ore e 40 minuti (escluso intervallo)









