Nella Roma degli anni ‘50, vive la famiglia Consalvi, una coppia non più giovanissima che si ritrova, a seguito delle leggi razziali del 1938, a disporre di un patrimonio non proprio, che ne ha radicalmente cambiato sia in meglio che in peggio l’esistenza, dipende dall'occhio di chi li osserva. Da una parte infatti la situazione ha reso la vita dei due coniugi decisamente più agiata e serena, ma dall'altra ne ha acuito le divergenze, allontanandoli irrimediabilmente.
Lui (Paolo Triestino) è rimasto un uomo semplice, più a suo agio nel ruolo del ragazzo di bottega (che ha sempre vestito) che in quello del proprietario. Continua infatti ad andare al lavoro col suo “zinale” (il grembiule), a frequentare gli amici di sempre, trova difficoltà ad abituarsi alle nuove agiatezze come il caffellatte coi biscotti a colazione, ripiangendo il pane secco bagnato nell'acqua che mangiava quando era più povero e più giovane, ma anche più unito alla moglie.
Lei (Paola Tiziana Cruciani) al contrario non ama nemmeno il ricordo della vita precedente, fatta di stenti e sacrifici. Un brutto periodo in cui era costretta ad andare a servizio e a privarsi di tanto, di troppo. Preferisce l’opulenza di ora, amministra tutta la “robba” con precisione e lucidità e le piace ostentare questa nuova ricchezza in ogni modo possibile (nel tratteggio scenico affiora alla mente la stupenda Anna Magnani di "Abbasso la ricchezza!", di Gennaro Righelli, 1947), mal tollerando invece l’atteggiamento dimesso e modesto del marito.
Il problema sorge quando l’eventualità del ritorno del legittimo padrone di tutto - il malcapitato "ebreo" fuggito - si fa strada e prende corpo. Contro ogni logica razionale e storica, le menti dei due protagonisti, forse inconsciamente preda di rimorsi, prendono una deriva psicotica, portandoli in un crescendo senza freni verso una sorta di allucinata ma lucida follia.
Se infatti Marcello preferirebbe semplicemente restituire tutto al legittimo proprietario, tornando a vivere un’esistenza più semplice ma più serena, forse in grado anche di riavvicinarlo sentimentalmente alla moglie, Immacolata non tollera nemmeno il pensiero di perdere tutto e si dimostra disposta a qualsiasi cosa purché ciò non avvenga. E’ lei quindi che prende in mano le redini della situazione e, con abilità e senza scrupolo alcuno, muove i fili che portano verso l'inaspettato (anche se parzialmente prevedibile) finale, coinvolgendo l'amico idraulico TIto (a Roma è lo stagnaro, interpretato da Bruno Conti), un uomo semplice, ma oppresso dai debiti, quindi pronto a tutto.
La trama si svolge in modo fluido e scorrevole calata in una convincente atmosfera anni '50, resa soprattutto dai sottofondi sonori e dal Lascia o raddoppia di Mike Bongiorno. Il passaggio dai toni tragici a quelli comici è continuo e calibrato in modo tale da condurre anche lo spettatore, a piccoli passi, nel mondo folle e visionario dei due protagonisti, in cui l’alienazione dal reale è totale e si va "oltre", verso una realtà dissennata e incosciente. La vita della coppia si trasforma in una struggente attesa di quando qualcuno, quel qualcuno, suonerà alla loro porta per reclamare quello che è suo. Si vive con le persiane sempre chiuse e ci si nasconde dietro le finestre per spiare la strada.
Gianni Clementi continua con "Il padrone" nella personale esplorazione drammaturgica degli ebrei romani durante il buio (eufemismo!) periodo delle leggi razziali e dei rastrellamenti, senza però raggiungere gli stessi livelli del Ladro di razza o del Cappello di carta. Tre attori perfetti in scena (Paolo Triestino ha anche festeggiato il "vero" compleanno al termine della rappresentazione), con una lunga e solida militanza artistica e "clementiana" assicurano la piena godibilità della "commedia" e la possibile riflessione su pagine di storia (lettera minuscola) troppo recente - e troppo dolorosa - per poter già essere dimenticata. Il teatro anche a questo serve.
Teatro Ghione
in collaborazione con
Fiore&Germano
presenta
IL PADRONE
L'irresisitibile caduta di due poveri cristi
di Gianni Clementi
con Paola Tiziana Cruciani, Paolo Triestino, Bruno Conti
regia Paolo Triestino
scene Francesco Montanaro
costumi Lucrezia Farinella
luci Luca Palmieri









