Che grande indecisione su cosa scrivere in questa recensione: ci è piaciuto questo testo o no? E se la risposta è (ovviamente) sì, quale dei temi trattati è stato il più interessante? Cos'è la vita senza l'amore? Perché il duplo non si chiama triplo? Ma perché è sempre così necessario esprimere il proprio parere, non sarebbe molto più semplice mantenersi in una costante indecisione cosmica e rimandare ogni affermazione - o negazione - della nostra vita ad un altro momento, con la speranza che non arrivi mai? In fondo, da indecisi (per scelta) perché non si dovrebbe star bene ugualmente?
Abbandoniamo immediatamente il "gioco" che è scaturito dalla piacevole (re)visione di "Cioccolato all'arancia", scritto e interpretato da Martina Gatto, con la successiva complicità drammaturgica (e la regia) di Dafne Rubini, anche perché è un dato di fatto che il testo ci sia piaciuto, a partire dall'idea iniziale attorno alla quale tutto ruota. Vediamo sulla scena una ragazza intelligente ma confusa, ironica ma preoccupata, talentuosa ma ansiosa, realistica esemplificazione di tante altre sue coetanee, con la passione - però - per il cioccolato all'arancia, anche se ama molto l'after eight, come ci aveva raccontato in una nostra precedente intervista (che vi invitiamo a leggere cliccando qui).
Nel monologo viene rappresentata una sua giornata "tipo", forse eccessivamente "disgraziata", ma si sa che Murphy è sempre in agguato. La protagonista delle 24 ore è una ragazza che scopre di essere affetta da un grave problema di salute, di fronte al quale ha una reazione che ci ha ricordato quella del Commissario Montalbano quando gli viene annunciata la chiusura di Enzo, il suo ristorante preferito. "Lei" (il nome?), dopo la ferale comunicazione, attende l'autobus, ha un importante colloquio di lavoro, ovviamente lontanissimo dalla propria abitazione, ed ha modo - trovandosi di fronte al bancone di una nuova gelateria, nella perenne (e condivisa) indecisione su cosa abbinare al cioccolato all'arancia - di ripercorrere i suoi tanti dubbi (è meglio il limone o la menta?), che non sono solo suoi e nemmeno quelli di una o più generazioni contemporanee. E nemmeno solo femminili. Magari fosse così, almeno gli uomini potrebbero chiamarsi fuori e dare una mano. Macché!
Marty (arbitrariamente abbiamo deciso di chiamarla così, sapendo che l'autrice/attrice rimarrà dubbiosa se assegnare un altro nome al suo personaggio) conduce la vita di tante come lei, vive con i genitori perché ha una forte insicurezza economica, non sa come vestirsi come ogni altra ragazza o signora che si trovi di fronte al suo armadio la mattina, ha una relazione affettiva oramai "andata", ma allo stato dei fatti non è poi così importante, vorrebbe avere un'occupazione solida ma allo stesso tempo è affascinata dalla patinata e "sociale" apparenza degli influencer: è l'archetipo delle adolescenti del fine millennio scorso, poi giovani adulti di questo. E' una tenera sorella minore della Lucrezia di Silvia Ziche che - come la congiunta a fumetti - amplifica, in un clima generale di incertezza globale, le proprie ansie, difficoltà, dubbi e aspirazioni (presentare il Festival di Sanremo con Alessandro Borghese). Il racconto non è il suo, ribadiamo, ma è quello di tutti noi, delle nostre compagne o delle nostre figlie, che guardano a padri e compagni per una risposta, già sapendo che non potranno mai ottenerla, perché essere indecisi, come abbiamo già ribadito, è tremendamente contagioso.
Il monologo è comunque sia giocoso (e molto divertente) che fluido, scritto dalla sua autrice/protagonista in una sola nottata in forma iniziale di corto, poi amplificato nel tempo, ma mai appesantito, anzi. Ci sono state continue aggiustature man mano che si andava in scena, percependone con attenzione anche l'effetto sui vari spettatori. Un work in progress artistico di cui si gode con piacere e che si offre al pubblico come un piacevole "cono" teatrale, arricchito da una morbida riflessione (al posto della panna) non solo dopo essere usciti dalla sala, ma anche durante la visione. Meritatissimo l'applauso di sottolineatura per la sequenza di battute dedicate a Spotify. Ma non che tutto il resto sia da meno, dalla luce negli occhi al cono con il gusto "amore".
Martina Gatto (l'attrice) riesce ad assecondare pienamente il testo di Martina Gatto (l'autrice) imprimendo alla sua performance un ritmo indiavolato, al punto da farci pensare "ma è già finito?". In realtà la durata è quella comunicata in origine, anche se quella percepita, assistendo, sembra essere inferiore. Ottima la tenuta del palco e la capacità espressiva della protagonista, perfettamente in grado - solo con il viso - di raccontare e sottolineare gli stati d'animo della storia. Consigliamo a chiunque, e senza la minima indecisione, di andare a vedere o rivedere "Cioccolato". Ci sono talmente tanti gusti da assaggiare quando si entra in questa intelligente e divertente gelateria scenica che si troverà sicuramente il proprio. Con un ulteriore vantaggio: non si corre mai il pericolo di sporcarsi ridendo, anzi si vive sicuramente meglio!
CIOCCOLATO ALL'ARANCIA
di Martina Gatto
regia e supervisione drammaturgica Dafne Rubini
con Martina Gatto
direzione creativa Ivan Specchio
luci Alessio Pascale
suono Giulio Gaigher
scene Ambramà
aiuto regia Federica Biondo
ufficio stampa Maresa Palmacci
riconoscimenti Miglior Monologo e Miglior Attrice al Roma Comic Off 2019; Primo Premio e Premio del Pubblico del concorso “Autori nel cassetto, attori sul comò” del Teatro Lo Spazio di Roma (XI Edizione)
durata 55 minuti, "senza" applausi e ringraziamenti








