Sulla scena una poltrona Queen Anne - stile inconfondibilmente inglese - una radio d'epoca, un mappamondo, un telefono a ghiera; oggetti d'arredamento collocati su una sorta di isola di pietrisco, quasi una calotta, circondata da lampadine, simili a lanterne che diffondono una luce calda. Sullo sfondo, un tendaggio, tanto concavo quanto il piano di calpestio è convesso. Potrebbe essere l'ambientazione di qualsiasi spettacolo anglofono finché sul palco non appare Winston (Leonard Spencer ndr). E' un uomo anziano, malato, prossimo forse alla fine dell'esistenza, che trascina, con la schiena incurvata dagli anni, la sua mole aiutandosi con un bastone. Si siede sulla poltrona avvolto nella sua veste da camera e comincia una "battaglia" con l'infermiera Margareth che cerca di convincerlo a prendere il giusto numero di medicine e nel contempo a dissuaderlo dal fumare "troppo" il sigaro. Già dalle prime argute, ciniche e ironiche battute della schermaglia comincia ad emergere, tra le pieghe della vestaglia di Winston, Churchill, l'imponente e visionario politico che prima e meglio degli altri comprese come fosse necessario rimanere lontano dalla Germania Nazista durante l'ascesa di Hitler.
Comincia così la contrapposizione tra uomo e ruolo (politico) ma anche tra sentimento e cinismo, fulcro della pièce interpretata magistralmente da Giuseppe Battiston. In un atto unico di circa settanta minuti l'uomo lascia il posto al politico e viceversa con flashback in cui, semplicemente spogliatosi delle veste da camera che cela un elegante abito con panciotto, l'imponente figura del politico si erge in tutta la sua fierezza non solo fisica: la capacità oratoria, l'umorismo al limite della ferocia utilizzato in tante battaglie verbali, vengono sviscerati da Battiston che fa della voce e della gestualità strumenti che "riempiono" il teatro avvolgendo e coinvolgendo gli spettatori tanto da vedere teste voltarsi verso un ipotetico punto indicato dall'attore durante l'interpretazione di un discorso pubblico di Churchill quasi ci fosse realmente "qualcosa" da vedere. Giuseppe diventa Winston e Battiston diventa Churchill in un equilibrio costante tra autorità e autorevolezza, tra imposizione del ruolo e carattere.
L' arroganza, gli eccessi, i vizi, le manie, le dipendenze - dall'alcool, quanto dal fumo e dalle anfetamine - si contrappongono costantemente alla fragilità umana: Winston è preda della depressione, da lui stessa definita un "Cane Nero", che combatte con la pittura, con sigari nascosti nel bastone e cercando di ritrovare l'ebrezza della giovinezza sbeffeggiando l'infermiera che assume il ruolo di ascoltatrice, spalla ed anche antagonista. Lucienne Perreca diventa quindi la voce della coscienza di Churchill, una persona normale che ha avuto familiari in guerra, una di quelle guerre - come la citata "Disfatta di Gallipoli" (43.000 morti) che il politico ricorda bene - che gli fanno pronunciare una delle battute più significative di tutta la pièce: "Ho le mani sporche più di sangue che di pittura". Un colore rosso che è tra l'altro quello della veste da camera. I grandi uomini hanno grandi visioni e commettono però grandi errori che passano alla storia quanto le grandi gesta compiute. Sono i posteri a decidere se dimenticarli o utilizzarli come (ci si augura) insegnamento per il futuro.
"Non posso promettervi altro che sangue, fatica, lacrime e sudore. Chiedete, qual è la nostra politica? Rispondo che è condurre la guerra per mare, per terra e nel cielo con tutta la forza e tutto lo spirito battagliero che Dio può infonderci; condurre la guerra contro una tirannide mostruosa che non ha l'eguale nel tetro, miserabile catalogo del crimine umano. [...] Chiedete qual è il nostro scopo? Rispondo con una parola sola: vittoria, vittoria ad ogni costo, vittoria nonostante ogni terrore, vittoria, per quanto la strada possa essere lunga e dura. Senza vittoria infatti non c'è sopravvivenza".
WINSTON VS CHURCHILL
da Churchill, il vizio della democrazia di Carlo G. Gabardini
regia Paola Rota
con Giuseppe Battiston
e con Lucienne Perreca
scene Nicolas Bovey
costumi Ursula Patzak
luci Andrea Violato
suono e musica Angelo Longo
produzione Nuovo Teatro
durata 70 minuti circa, senza intervallo









