Traviata giovanile con le voci del Premio Fausto Ricci

Sono in tournée i finalisti dell’edizione 2023, per Maria Chiara Camponeschi Music & Arts Production

Il cast di Traviata
m&s - Il cast di Traviata (fonte foto profilo social della produzione)

Lo scenario è quello offerto dal Teatro Traiano di Civitavecchia, sul podio un giovane direttore di appena 24 anni, Giuseppe Maria Ceccarini, proveniente dalla scuola di Fabrizio Bastianini (direttore artistico del Fausto Ricci), al suo debutto con l’opera lirica.

Abbiamo proposto un’esecuzione  di buon livello” ha commentato Giuliano Nisi, animatore dell’iniziativa in qualità di presidente dell’associazione “XXI secolo” che promuove il Premio del 2013 con il sostegno di varie istituzioni tra cui il Touring Club Italiano. “Siamo già al lavoro - ha aggiunto - per la produzione di Bohème che verrà rappresentata il  prossimo novembre a Viterbo con i vincitori del Concorso 2024 per il ruolo d’opera”.

Convincente e razionale l’allestimento di Davide Garattini Raimondi che ha dovuto fare virtù di spazi ridotti in cui i protagonisti si sono tuttavia mossi con credibile disinvoltura. Milanese (50 anni) ha dalla sua solidi fondamentali acquisiti negli anni giovanili nel laboratorio Teatro di Ricerca del capoluogo lombardo. È sul tavolaccio a fare regia lirica da una quindicina d’anni. Ha debuttato con l’Elisir d’amore nel 2009. Da ricordare una sua originale Turandot a Trieste di un paio d’anni fa. Ne ha intuito doti e potenzialità il critico musicale Sabino Lenoci, vecchia volpe del melodramma italiano, tra l’altro fondatore e direttore della prestigiosa rivista Opera, che lo ha incoraggiato e sostenuto.

Ogni regia che mi viene proposta - ammette Garattini - non è una sfida, ma una nuova avventura”. Regola numero uno. Mettere i cantanti a loro agio sul palco e nei giorni di prova, senza mai alzare la voce. E così ha fatto per questa sua prima Traviata, preparata ed eseguita con spirito giovanile da “ragazzi” sempre pronti al sorriso e alla battuta goliardica. Al Traiano l’esecuzione della regia è stata affidata alla puntuale e diligente Barbara Palumbo. 

Violetta muore in una squallida camera di ospedale anni Sessanta, accasciata sul letto in camicia da notte, avvolta in un velo di tulle a mo’ di sudario, con accanto una sedia spartana  su cui veglia come un’ombra la fedele Annina. Una scena gelida trattata in bianco e nero, senza fondale, a tu per tu con le mura sgretolate del palcoscenico, che evoca una morte segnata dal destino, ingiusta e inaccettata: “Gran Dio… morir sì giovane”. In terra, sparse senza ordine, alcune camelie appassite.

Nel primo quadro del secondo atto al posto dell’assolata e scontata veranda della villa di campagna di Violetta, il sipario si apre, molto più prosaicamente, sull’alcova della camera da letto, dove Alfredo sta ancora poltrendo dopo una notte d’amore che dura ormai da tempo:  “Volaron già tre lune”. Tutto fila liscio, finché  non arriva lui, il “cattivo”, il vecchio Germont, padre di Alfredo, con borsa da viaggio e soprabito in mano a rovinare tutto.

Da personaggio del suo tempo, imbevuto di convenzioni e pregiudizi, ordina brutalmente a Violetta “Un sacrifizio”. Tradotto: devi lasciare Alfredo per non compromettere il matrimonio della giovane figlia (“Pura siccome un angelo”). Ed è subito dramma. Violetta, accetta l’ignobile diktat, manifestando una insospettata generosità che riscatta il suo squallido curriculum.

Due i colori usciti dalla tavolozza di Danilo Coppola (costumi e scene) per definire gli stati d’animo dei protagonisti. Il bianco della camelia nel primo atto a suggellare il fremito  giovanile tra Violetta e Alfredo (sullo sfondo del “popoloso deserto che appellano Parigi”). Il rosso acceso, nel secondo quadro del secondo atto, a vergare la ferita di un amore infranto che lacrima sangue. Il resto è affidato agli effetti luminosi di Paolo Vitale che asseconda le diverse emozioni dei protagonisti, accende gli strippix dorati nel salotto di Flora, inonda di verde-acido la scena della morte di Violetta.

Il tutto riassunto dai gesti misurati di Ceccarini alla direzione dell’orchestra “Aetruria Ensemble”. Bacchetta sciolta e composta, malgrado la giovane età, con la mano sinistra impegnata a plasmare fraseggi e gorgheggi.
La voce di Yuliya Pogrebnyak (Violetta) è ancora alla prese con il vigore giovanile che fa intendere esiti promettenti. Il suo “Amami Alfredo” trasmette al pubblico, come Verdi comanda, quel grido accorato che è diventato l’icona dell’opera. Vincenzo Spinelli (Alfredo), dal vocalizzo già consolidato e pronto per impegni superiori, ha consegnato al personaggio, con toni decisi e squillanti, sfumature calibrate di ardore, viltà e pentimento. Robusta e modulata l’emissione di Antonio Giacobbe (Germont) già di ottimo livello, roccioso nella sua postura di fronte a Violetta.
Doppio asterisco per il coro “Il Contrappunto” diretto da Barbara Bastianini. Vivace l’esecuzione delle “Zingarelle” col matador della Compagnia “Fantasia Flamenca”. Apprezzate le prestazioni di Romina Cicoli (Flora), Marianna Mennitti (Annina), Matteo Bagni (Gastone di Letorières), Jacopo Burla (Barone Douphole), Francesco Cascione (Marchese d’Obigny)  e Giovanni Augelli (Dottor Grenville). Prolungati e convinti gli applausi del pubblico.

Giornalista
Direttore per oltre trent’anni dell’Ept/Apt. Ha curato l’organizzazione di numerose edizioni del Festival Barocco di Viterbo e di altre iniziative di ogni genere. Console di Viterbo del Touring Club.
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