La vedova allegra (recensione)

Ma che piacere vedere in teatro un operetta, ancora di più quando la compagnia è quella di Corrado Abbati

La vedova allegra
m&s - La vedova allegra (in scena la Compagnia Corrado Abbati)

La costante attenzione del pubblico teatrale per l'operetta, anche di quello più giovane, è presto spiegata: vanno in scene storie leggere, dove è quasi un obbligo contrattuale avere il lieto fine. Sfarzose le scene e costumi di alta qualità, cast artistici dotati di grandi voci che sanno mescolare abilmente il canto al recitato, come da tradizione anglosassone. Il genere ha quindi una sua grande dignità artistica e, fortunatamente, sono caparbiamente attive alcune compagnie teatrali che - in direzione ostinata e contraria di "faberiana" memoria - continuano a proporre questa forma di intrattenimento culturale, in odore, altrimenti, di estinzione.

Il titolo è tra gli indimenticabili del genere: "La Vedova allegra" di Franz Lehár (1905) su libretto di Victor Léon e Leo Stein, dalla commedia "L'Attaché d'ambassade" di Henri Meilhac del 1861, autore, giusto per sottolineare, anche della "Carmen" di Bizet. Da ricordare anche le variazioni, a partire dal famosissimo film con Lana Turner e Fernando Lamas del 1952. O le versioni televisive di Mamma Rai (prima Macario, poi Johnny Dorelli). L'interesse del mondo dello spettacolo per la vedova, corteggiata non solo per la sua bellezza esteriore ma anche per quella del suo portafoglio, è quindi costante.

La trama affonda le proprie radici nella prima decade del secolo scorso, anche se sono tematiche sempre attuali, perché legate al denaro, al potere, all’amore e alla gelosia. Nessuna novità per quello che viene rappresentato nel contemporaneo, quindi. La storia si dipana nei locali dell’Ambasciata parigina del Pontevedro, piccolo Stato immaginario dell’Est Europa, e vede protagonista Hanna Glavary, ovvero la vedova di un ricco banchiere di corte. Una donna bella e ricchissima, perfettamente consapevole del suo fascino e del suo potere economico, come una dirigente d'industria contemporanea. Njegus, pasticcione segretario tira le fila di tutta l’operetta e in combinazione con il Barone Zeta, l’ambasciatore tormentato, cerca di far sedurre la Vedova da Danilo, compatriota compiacente, anche se non troppo accondiscendente, in modo che le enormi ricchezze restino nelle casse del piccolo (e altrimenti sull'orlo della bancarotta) statarello. Dopo una serie di scambi di promesse e di coppie, di sospetti e di comici equivoci il lieto fine riesce - come sempre - a trionfare: e non temiamo di spoilerare nulla, rivelandolo. 

Più di due ore che trascorrono in maniera veloce e spensierata assistendo ad una storia d'amore sicuramente leggera, ma non banale, con la giusta dose di scambi di coppia e divertessiment linguistici che descrivono appieno la Parigi della Belle Epoque nella quale, per divertirsi, i signori avevano l'abitudine di recarsi "chez Maxim" e dimenticare momentaneamente i problemi quotidiani. Pregiati anche i piccoli aggiornamenti che traghettano il testo dalla fine Ottocento alla nostra contemporaneità. La bellezza di tutte le voci impegnate, la ricchezza dei costumi, la riproposizione di un classico impianto dove tutto viene abilmente "confuso" rendono il tempo trascorso in compagnia della "Vedova" allegro come la sua protagonista.

In conclusione proponiamo un gioco ai nostri lettori, mettendo a confronto la marcetta ("E' scabroso le donne studiar / son dell'uomo la disperazion, /dentro e fuori misteriose son, / donne donne eterni dei") con i moderni tormentoni estivi. Chi si ricorda il ritornello dell'estate 2021, per non parlare di quella del 2020? Sicuramente in pochi. Tutto il pubblico, invece, canta insieme al cast nel finale e in molti continuano sottovoce uscendo dal teatro, con sulle labbra il sorriso che fa pensare a chi guarda: "Toh, sarà stato proprio un bello spettacolo", in attesa di una prossima replica e di un nuovo cancan.

Compagnia Corrado Abbati
presenta
LA VEDOVA ALLEGRA
musiche Franz Lehár
libretto Victor Léon e Leo Stein
dalla commedia "L'Attaché d'ambassade" di Henri Meilhac

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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