Trilussa e il vino (recensione)

Michele La Ginestra (nelle vesti di autore e regista) omaggia la graffiante romanità di Trilussa

Trilussa e il vino
m&s - Trilussa e il vino (elaborazione grafica con AI)

Inizia la commedia e il pubblico in sala - sia che si trovi a nord che a sud "der Cuppolone" (cit.) - familiarizza immediatamente con la lingua e la simpatia della verace romanità. È un florilegio di sieravamo, fora, amichi, aviemo, dicheno, venghi e così via, termini che differentemente dai meravigliosi romanzi di Andrea Camilleri non presentano eccessive difficoltà di comprensione: da Aosta a Palermo la commedia risulta sempre godibile.

Il lieve racconto ruota attorno alla figura di Carlo Alberto Camillo Salustri (1871-1950), in arte Trilussa, celebre poeta, emblema di una tradizione romana che - purtroppo - nel corso dei decenni si è andata completamente perdendo. L'artista (interpretato da un Sergio Zecca che, come il vino del titolo, invecchiando e ingrigendo acquista sempre più spessore) si muove perfettamente a suo agio in una Capitale d'Italia di inizio secolo scorso, assistendo e partecipando alle vicende di alcuni personaggi che incarnano la più pura popolarità, che in questo caso non va comunque confusa con superficialità, assistito dal sodale e chitarrista Francesco (Tiko Rossi Vairo).

Altra protagonista è la piazzetta, nel quartiere di "Trestevere" su cui insiste l'osteria di Fanny (Francesca Baragli) e del burbero padre (mai in scena, solo in voce). Qui si ritrovano, invitati dal poeta, Lalla (Vania Lai) e il geloso ed esuberante Calascione (Alessandro Frittella), Ninetta (Sara Felci) e Gioacchino (Alessio Chiodini), quattro giovani antenati dei "poveri ma belli" cinematografici della fine degli anni '50, e come loro immediatamente simpatici allo spettatore. Sono persone umili e dignitose che riescono a trovare in un semplice bicchiere di buon vino un già valido motivo per stare in allegria, malgrado i continui battibecchi innescati dai due uomini, ovviamente sedati e controllati dalle due figure femminili.

Un micro cosmo accogliente e solidale, dove tutti conoscono tutti, tutti sfottono tutti (Nun te pijo a carci pe' nun offenne li piedi), ma dove tutti sono pronti a correre al soccorso di tutti in caso di bisogno. Una vita di quartiere che diventa città perché contiene tutto quello di cui si ha bisogno, dove la musica si fa sberleffo e il vino diventa verità. Un modo sincero di rapportarsi l'uno all'altro, con il vino che fa da collante, ma ponendosi su una inequivocabile bontà d'animo generale. 

Il gruppo gioca e beve, bisticcia e beve, declama sonetti e - ovviamente - continua a bere, almeno fino a quando la bella Fanny non decide di chiudere la sua osteria e spedire il gruppetto a casa, tutti meno Trilussa. Il poeta attende che la notte romana sia sua complice, ponendo le stelle più friccicarelle (cit.) come scenografia ideale per dedicare una serenata all'ostessa (cit.), che si affaccia a una finestra in stile Romeo e Giulietta "de noaltri". Peccato che il delicato suono di chitarra e voce arrivi anche a orecchie che non avrebbero mai dovuto sentire. Ma è uno scotto che si deve pagare quando si è innamorati.

Il racconto teatrale spazia nei suoi omaggi che vanno da Trilussa a Belli, passando anche per Petrolini, alterna divertenti siparietti recitati a canzoni, dove il cast artistico si dimostra sempre a proprio agio e il pubblico in sala partecipa, canticchiando sotto voce e divertendosi, prima del finale "canterino" che tutti sono in grado di interpretare, sicuramente non serve essere nati a Roma per fare questo. E - una volta usciti dal teatro - probabilmente qualcuno sarà anche andato alla ricerca di un'osteria, per completare degnamente la serata.

TRILUSSA E IL VINO
di Michele La Ginestra
con Sergio Zecca
e con Francesca Baragli, Alessio Chiodini, Sara Felci, Alessandro Frittella, Vania Lai, Tiko Rossi Vairo
regia Michele La Ginestra
durata un atto unico di 75 minuti

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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