Io sono verticale (recensione)

Interessante monologo teatrale della vincitrice 2025 del Premio Ubu under 35

Francesca Astrei
m&s - Francesca Astrei (foto © Paolo Minnielli)

Quando il pubblico entra in sala, Francesca Astrei è già in scena. Seduta su una sedia, al centro di un cono di luce, immobile ma vigile. La sua presenza precede l’inizio formale dello spettacolo e costruisce un’attesa silenziosa. Non c’è gesto superfluo, solo una tensione trattenuta.

Un microfono scende dall’alto. Non è un elemento tecnico neutro né un movimento casuale. Nel suo abbassarsi sembra esercitare una pressione concreta sul corpo dell’attrice, come se seguisse e rendesse visibile uno stato d’animo. Quando cala, la postura si comprime, tende verso una linea quasi orizzontale: il peso si fa evidente, la verticalità si incrina. Quando risale, accompagna un riallineamento, un tentativo di risalita. La sua traiettoria traduce fisicamente l’oscillazione interna tra schiacciamento e rialzarsi, tra gravità e resistenza.

L’apertura musicale - una canzone in inglese eseguita senza base - mette immediatamente in luce le doti canore di Astrei. Solo voce, nuda, senza sostegno sonoro. Il timbro è pieno, l’intonazione sicura, il controllo dell’emissione evidente. L’assenza di accompagnamento espone l’interprete e rafforza la dimensione di vulnerabilità che attraversa lo spettacolo. Il canto non è un abbellimento, ma una soglia emotiva che tornerà nel finale, chiudendo il cerchio.

Per tutta la durata dello spettacolo l’attrice resta seduta. Una scelta che potrebbe apparire limitante, ma che si rivela coerente con la materia trattata. La sedia diventa rifugio e confine, spazio mentale prima ancora che oggetto. Il movimento non è nello spazio, ma nella modulazione della voce e nel ritmo.

Il testo, scritto dalla stessa Astrei, affronta la depressione con consapevolezza e misura. La metafora di Lazzaro attraversa il lavoro come immagine del vivo e del morto, di chi viene richiamato a un movimento che può risultare più gravoso dell’immobilità. L’elemento religioso resta uno strumento simbolico, mai invasivo. La scrittura evita spiegazioni didascaliche e non indulge in compiacimenti emotivi; sceglie una lingua chiara, capace di alternare densità e leggerezza. Proprio in questo equilibrio risiede la sua efficacia. Il testo funziona perché non pretende di definire l’indefinibile, ma suggerisce e apre interrogativi senza forzare risposte.

La leggerezza diventa così una chiave di accesso a una materia complessa. In alcuni passaggi affiora un’ironia sottile che non sminuisce il tema, ma lo rende attraversabile. È una scrittura che regge la scena e sostiene l’interpretazione senza sovraccaricarla.

La prova attoriale è tecnicamente solida. Il ritmo è sostenuto, la scansione nitida, il controllo del fiato costante anche nei passaggi più serrati. La parola resta sempre comprensibile, anche quando il flusso si fa incalzante. I cambi di personaggio avvengono attraverso variazioni vocali rapide e precise. Astrei modifica tono e intenzione con decisione, senza ricorrere a trasformazioni esteriori marcate. Particolarmente efficace è il passaggio in cui interpreta la pecora: il cambio di registro è immediato, gli intercalari sono calibrati con precisione e producono un effetto insieme ironico e straniante. È in questi dettagli che emerge la padronanza dell’interprete. Una tensione sottile attraversa l’intera performance. Non è eccesso, ma vibrazione coerente con la materia trattata. Il corpo resta fermo, ma la voce costruisce un paesaggio articolato, fatto di accelerazioni, pause e cambi di temperatura emotiva.

La scena è essenziale: coni di luce che isolano, nessuna musica di accompagnamento oltre ai momenti cantati, una vestaglia nera in due pezzi che suggerisce una dimensione intima. L’assenza di supporti sonori amplifica la responsabilità della parola e rende ogni sfumatura più esposta. In alcuni passaggi più serrati, la densità del testo e la rapidità dell’esecuzione potrebbero beneficiare di una maggiore rarefazione, permettendo ad alcune immagini di sedimentare con più forza. È un possibile spazio di sviluppo, non una fragilità strutturale.

Il ritorno finale al microfono chiude la struttura in modo coerente. Se all’inizio il suo abbassarsi sembrava schiacciare il corpo, ora il suo sollevarsi accompagna un nuovo tentativo di verticalità. Non una guarigione proclamata, ma un gesto minimo di rialzarsi. La risposta del pubblico conferma la tenuta dello spettacolo. L’attenzione in sala resta costante e l’applauso finale si prolunga oltre la consuetudine, segno di un riconoscimento sincero per una prova che riesce a sostenersi interamente sulla presenza dell’interprete.

Io sono verticale non racconta una rinascita, ma un equilibrio precario. La verticalità non è un traguardo definitivo, è un gesto che va rinnovato. E in quel gesto minimo, ripetuto, si misura la sua verità scenica. 

IO SONO VERTICALE
di e con Francesca Astrei (vincitrice Premio Ubu 2025 – Miglior Attrice Under 35)
residenze di creazione Carrozzerie n.o.t., NidOramai
produzione Pallaksch
con il contributo del Ministero della Cultura
spettacolo vincitore del Premio della Giuria dell’XI edizione di Direction Under 30 – Teatro Sociale di Gualtieri e del Premio Internazionale Yarts Project
durata un atto unico di 60 minuti 

teatrante
Attore, regista e formatore (docente di mimo, maschera e movimento). Svolgo attività teatrale in carceri, scuole e comunità, combinando arte e impegno sociale. Il mio tempo e le mie energie sono dedicate alla diffusione e alla pratica del teatro in tutte le sue forme.
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