La prima impressione che i Pink Floyd Legend ci trasmettono è quella di essere non solo degli eccellenti musicisti (questo aspetto lo scopriremo meglio dopo il loro live, anche se lo "sentiamo" al primo contatto), ma degli attenti cultori del mondo floydiano, tanto da non doverci stupire se, invece che suonare, dovessero tenere una lectio magistralis (o un ciclo di conferenze) sulla band più famosa del rock contemporaneo, ancora presente nelle classifiche di mezzo mondo: esemplificati i dati della Federazione Industria Musicale Italiana (FIMI) riferiti all'anno precedente. L'occasione per ricevere e confermare questa impressione ci è stata data con una piacevole chiacchierata quando mancano meno di due ore alla loro esibizione, incentrata sul disco (giustamente) più famoso firmato dal quartetto inglese.
Sono gli stessi Legend a presentare il loro approccio al pensiero, alla musica e allo spettacolo floydiano: "Quando racconti questo spettacolo non racconti solo la musica, ma ti vai a cimentare con tutto quello che c'è intorno. I Pink Floyd non sono solo un importante viaggio musicale, sono connotati da un forte impatto visivo, che significa anche andare a posizionarsi sul palco nella loro stessa modalità. Il loro racconto inizia lontano nel tempo, nel 1967 con la presenza di Syd Barrett, e vanno raccontate tante età e stagioni, con una forma evolutiva costante nel tempo. Nel 1973 arrivano le vocalist, poi il sassofonista e molte altre cose fino a quando il gruppo va a comporsi - per i live - di 10 persone, ogni strumento dei primi 4 componenti viene così raddoppiato per le ultime produzioni". E difatti la line up dei Legend rispetta anche la numerologia floydiana: sono in 10 sul palco.
Affiatati e coesi i Legend sono anche sistematici nel presentare la loro visione artistica e professionale (quasi attoriale), perfettamente consapevoli che il muro sonoro - l'originale arricchito dalle loro contaminazioni - che vanno a presentare nei loro show trova sempre di fronte appassionati, il più delle volte molto competenti, che conoscono centimetro per centimetro ogni solco dei dischi originali. Fabio Castaldi, portavoce e Roger Waters della band: "Oltre all'aspetto musicale e logistico c'è poi l'aspetto visivo. I Pink Floyd sono stati i primi a sperimentare il cerchio di fuoco, l'innesto dei video, i gonfiabili, le esplosioni, precorrendo sempre i tempi e sperimentando ogni forma di racconto per immagini, anche con qualche inevitabile, per l'epoca, incidente di percorso, con un impatto visivo fondamentale". In conseguenza lo spettacolo a tema dei Legend propone visivamente quanto è più possibile riuscire a trasmettere, con una attenzione maniacale e rigorosa al particolare "originale", frutto di ricerca e studio meticoloso: "C'è tanta passione nel nostro cammino, oltre ad essere un gruppo siamo uno spettacolo e cerchiamo sempre di contestualizzare i nostri show alle location".
Facciamo presente che, volendo rispettare questa linea, per il loro prossimo appuntamento - quando eseguiranno il "Live at Pompeii" - non ci dovrebbe essere pubblico. Nel documentario filmato da Adrian Maben nel 1972, agli scavi archeologici campani, non c'è la presenza di altri a parte i quattro musicisti e la troupe. Ovviamente le attese sono diverse, anche se non si sfugge dal rigore. "Proporremo la stessa atmosfera: ci saranno sul palco l'Hammond e il piano, il Farfisa Compact Duo... tutta quella strumentazione che ci riporta indietro di 40 anni. Bisogna anche sottolineare che il Live at Pompeii è l'unico documento ufficiale dal vivo dei Pink Floyd fino al 1987. Per noi che facciamo riferimento nei nostri spettacoli al periodo Waters, quello è l'unico, tra i nostri spettacoli, in cui possiamo dire di riprodurre realmente un concerto. Per tutto il resto ci riferiamo essenzialmente alle versioni in studio, anche perché quelle live ufficiali sono anche poche".
Andando avanti nella nostra conversazione la percezione di trovarsi di fronte a degli accademici della musica è sempre più palese. Non ci stupirebbe sapere che eventuali audizioni per nuovi componenti possano prevedere "scritti e orali". "Nell'immaginario c'è proprio un riferimento visivo, a partire dagli abiti di scena, ma quello è un nostro omaggio, poi l'interpretazione è rigorosa e assolutamente fedele all'originale, una fotografia del 1971, una amalgama sonora che suona compatta, diversa dagli album originali, rigorosamente in quattro, rigorosamente senza sovraincisioni a parte qualche necessaria libertà tecnica".
E diventa chiaro il motivo per cui hanno sicuramente bisogno di ampi spazi che si prestino ad accompagnare nel migliore dei modi il loro messaggio musical visivo, senza possibilità di compromessi. E di come l'audio/video designer non possa essere considerato un mero tecnico (e infatti non lo è!), ma un componente essenziale della band, un tassello prezioso, come lo sono tutti gli altri, malgrado il keytar (citazione della presenza di Thomas Dolby nel "The Wall Live in Berlin" del 1990) sia in Italia più abbinato ad un altro musicista, sempre vestito di bianco e dalla lunga capigliatura bionda.
"The Dark Side of the Moon è sicuramente il disco della piena maturità del gruppo. Alcuni detrattori ne hanno rilevato gli aspetti più commerciali, confrontandolo con il progressive dell'epoca, anche se i temi proposti - come l'incomunicabilità - resistono ancora oggi". "E' il disco di Clare Torry, ingaggiata per una improvvisazione, che trasforma il suo contributo nel tema del pezzo, è il pezzo". Il brano più difficile che una corista (o cantante) si trovi ad affrontare in un concerto, non concede infatti prova di appello, si viene caricati di una fortissima responsabilità, con un giudizio globale da parte del pubblico che si basa sull'unica esecuzione di una parte di canzone. Ed è Martina Pelosi a confermarcelo: "Ti trasmette un'ansia incredibile prima di eseguirlo e non solo perché è al limite delle corde vocali. Si dice che i Pink Floyd abbiano detto a Clare Torry di pensare alla morte, io ci sento di tutto: sesso, nascita, orgasmo e morte. Ritengo che ci sia dentro un discorso di vita completo. Ogni volta che lo termino ho bisogno di battere i piedi per terra per tornare sulla terra e tremo per l'emozione".
La nostra chiacchierata termina, ci si deve concentrare e preparare per quello che verrà tra poco. Venendo al concerto, riteniano non sia necessario provare a descrivere quello che la band ha restituito al pubblico, come è inutile sottolineare che 'esibizione è stata suddivisa in due parti. La prima dedicata ad un "best of" floydiano, ovviamente parziale (altrimenti ancora saremmo a teatro). La seconda dedicata all'esecuzione integrale del capolavoro del 1973. Chiusura con l'immancabile e sempre troppo breve (a prescindere dall'insistenza del secondo assolo) "Comfortably Numb". Se è vero (noi ne siamo convinti) che la musica ha sempre un colore, i Pink Floyd Legend sono riusciti a trasmettere un arcobaleno di sensazioni visive e sonore, non solo in rosa.
PINK FLOYD LEGEND
in
THE DARK SIDE OF THE MOON
Fabio Castaldi (basso e voce)
Andrea Fillo (chitarra e voce)
Emanuele Esposito (batteria)
Simone Temporali (tastiere e voci)
Paolo Angioi (chitarre, basso e cori)
Michele Leiss (sax)
Martina Pelosi - Sonia Russino - Giorgia Zaccani (cori)
Andrea Arnese (effetti audio/video, keytar, chitarra acustica)
produzione Menti Associate








