Chi frequenta le sale teatrali è a conoscenza del fatto che il pubblico è, in alcuni casi, poco incline ai grandi stravolgimenti. Frequenta una stessa struttura per anni, rinnova con piacere l'abbonamento e sceglie gli stessi posti, è un attento e solerte spettatore. Ma proprio per questa sua fiducia, sempre in alcuni casi, lo spettatore influisce sulle scelte delle direzioni artistiche (la persona e/o lo staff che materialmente seleziona gli spettacoli da ospitare) che preferiscono affidarsi ai nomi di peso "sicuri", invece che rischiare sulle novità. Se il rischio "poltrone vuote" è avvertito dalle sale di medie dimensioni (intorno ai 400/500 posti) è ancora più forte nelle "grandi" (da 800 in poi), dove i costi di gestione sono molto più alti.
Stupisce ed incuriosisce, di conseguenza, il "fenomeno" Carrozzeria Orfeo, una compagnia teatrale che si fonda su una drammaturgia contemporanea, "cattiva" come può esserlo la pagina di cronaca di un telegiornale, ma di grande successo, al punto di essere in grado di programmare un proprio "Tour de Force" celebrativo su tutto il territorio italiano, anche in sale grandi e storiche (quindi maggiormente avvezze ad una proposta classica o classicheggiante), tre spettacoli in contemporanea e più di 300 repliche in soli 5 anni.
Ne abbiamo parlato con Gabriele Di Luca, uno dei tre fondatori di C.O. (gli altri sono: Massimiliano Setti e Luisa Supino)
Siamo riusciti, con il tempo, ad occupare uno spazio di solito riservato ai grandi nomi teatrali, avvicinando un pubblico che non è, come ci si potrebbe aspettare, solo giovane, ma trasversale. Chi viene a vedere noi ha solitamente in media 40 anni e andando avanti, arricchendo sempre di più gli spettacoli, ci stiamo avvicinando anche al pubblico (tanto temuto, ma questo lo abbiamo aggiunto noi, ndr) degli "abbonati". E questo successo, quasi nato per caso, molto con il "passaparola", contribuisce alla nostra crescita e guida le scelte successive.
Le intenzioni di C.O. sono infatti di rilasciare un nuovo spettacolo nel prossimo anno e inserire anche quest'ultimo nella rotazione della tournée (in tutto "il cartellone" si comporrebbe di otto titoli, ma cinque non sono più in produzione), fornendo ulteriori grattacapi a chi si occupa della loro logistica, ma sicuramente guardando ad ulteriori sale
E' sicuramente una macchina complessa da muovere, lo sanno bene coloro che organizzano la tournée. Ci spostiamo con un camion, abbiamo scenografie e un impianto di spettacolo che di solito non appartiene a questo genere di drammaturgia, ma abbiamo potuto investire nel tempo e rendere le nostre proposte sempre più visivamente valide. In questa tournée siamo stati ben accolti al Teatro Eliseo di Roma, al Teatro Rossetti di Trieste, torneremo all'Elfo di Milano, per chiudere la loro stagione il mese prossimo. Il teatro contemporaneo ha sempre più spazio nelle sale, anche in quelle più tradizionali.
Nella vostra l'ultima produzione, "Cous Cous Klan" (2017), immaginate un mondo non più così fantascientifico, dove l'acqua è diventato un bene talmente prezioso da essere stato privatizzato e i ricchi vivono in città recintate e sorvegliate, mentre fuori si muore. Uno scenario che potrebbe evocare "1997: Fuga da New York" di John Carpenter
E' sicuramente uno scenario distopico, ma non così fantascientifico. Per noi è impossibile pensare che, oggi, in migliaia muoiono per mancanza d'acqua, in Europa non lo si avverte come un problema, eppure lo è, sono dati oggettivi. Quindi nella drammaturgia di "Cous Cous Klan" viene amplificato quello che comunque è uno stato di disagio solo poco avvertito, ma non inesistente. Così come in "Animali da Bar" (2015), uno dei personaggi - l'unico che non si vede, è presente solo in audio con la voce di Alessandro Haber - racconta di assistere con piacere da Lampedusa al "bombardamento" dei barconi e di essere pronto con la sua fiocina ad arpionare eventuali sopravvissuti.
Dobbiamo riconoscere che gli scenari descritti nei testi di C.O. sono assolutamente in linea con certi sproloqui cui, purtroppo, ci siamo fin troppo abituati, al punto da non "indignarci" più. Basta frequentare un qualsiasi social network (la cartina di tornasole mediatico del XXI secolo) per essere d'accordo, sia con la veridicità dei personaggi e delle tematiche che con quanto affermavano, nell'ordine, Ennio Flaiano e Umberto Eco. Per fortuna, in teatro, possiamo consolarci nel sapere che si è all'interno di una finzione (peccato che non sia proprio così).








