Il sottotitolo del (docu)film, ancora rintracciabile in alcune sale, è "The white crow", il corvo bianco, non il cigno bianco, che parrebbe più azzeccato nei confronti di un'étoile della danza classica, quale è stato appunto il ballerino di origine sovietica - naturalizzato austriaco - Rudol'f Chametovič Nureev. Questo per enfatizzare maggiormente l'eccezionalità di un artista che, pur avvicinandosi in tarda età alla danza (17 anni), ne diventa un esponente particolare, come toccato nel talento da una mano divina e quindi assimilabile ad un corvo, bianco per giunta, un animale che nella tradizione celtica veniva trattato con rispetto e reverenza poiché era sempre raffigurato accanto ad Odino, il dio supremo.
Il film racconta le vicende del ballerino, nato su un treno e quindi affascinato dal viaggio e dal procedere costante verso una meta fin dal primo vagito, fino alla tournée a Parigi, anno della sua "fuga" dall'Unione Sovietica e della sua richiesta di asilo politico avanzata al governo francese, direttamente in aeroporto il 16 giugno del 1961. Lontano dalla ricerca del "sensazionalismo" tipico di parte della cinematografia biopic (e distanza siderale da "Il sole a mezzanotte" di Taylor Hackford, 1985), Ralph Fiennes, alla sua terza regia, firma una lettera d'amore verso la danza e verso il suo protagonista, reinterpretando la biografia scritta da Julie Kavanagh, "Nureyev: The Life" (la sceneggiatura è firmata da David Hare), muovendosi in "punta di scarpetta" tra tre piani narrativi: i flashback del passato nella fredda Ufa (dove la famiglia era stata sfollata da Mosca nel 1941, ndr) si mescolano al primo approccio con la danza e le prime intemperanze - segno di un carattere volitivo e determinato - alla sete di conoscenza dell'uomo Rudolf nei musei parigini.
Questo è un attacco all'Unione Sovietica / Si sbaglia, riguarda la danza. Lui non sa niente di politica. Si è trasferito in Occidente per avere l'opportunità di ballare
Enfatizzando l'attrazione per ogni sfaccettatura dell'arte e della cultura, Fiennes fa del "suo" Nureyev un ponte tra lo stile di vita occidentale e quello della Russia degli anni sessanta. Ritaglia per se stesso un ruolo solo all'apparenza e solo per quantità temporale di presenza scenica marginale: interpreta Alexander Ivanovich Pushkin, ex ballerino e insegnante di danza del corvo bianco, riconoscendo nel giovane talento determinazione e possibilità di travalicare il concetto di pura e perfetta tecnica, "sporcandola" con l'imperfezione del sentimento, della passione, del pensiero e dell'intenzione sottesi ad ogni movimento. Pushkin "è" Ralph Fiennes in un coerente esempio di metalinguaggio cinematografico: tanto Pushkin "indirizza" Rudolf quanto Fiennes "dirige" Oleg Ivenko, interprete somigliantissimo al grande artista, nonché vero ballerino russo della Tatar State Opera & Ballet e quindi scelto dal regista per ottenere un maggiore realismo.
La frase pronunciata da Pushkin-Fiennes in un dialogo con Rudolf-Oleg sintetizza tutto il film: "La tecnica non è nulla senza l'interpretazione, senza il sentimento" ed è proprio quest'ultimo a pervadere tutto la pellicola. Sono il sentimento e la passione che muovono i passi di Nureyev verso la libertà occidentale; Ivenko, alla sua prima esperienza cinematografica, convince con il portamento algido e lo sguardo fiero e diretto nel descrivere la personalità difficile del grande ballerino. Pur non arrivando al fascino magnetico del corvo bianco o del "tataro volante" (altro suo soprannome, affibbiatogli per le sue capacità acrobatiche) riesce ovviamente in maniera perfetta nelle scene di danza e risulta efficace e seducente nello "sguardo". Colpisce come sia riuscito a trasmettere appieno la fame e la sete di conoscenza, l'avidità, il volersi riempire gli occhi (la mente) di immagini, colori, sensazioni - come una spugna che assorbe informazioni - da riversare nella propria, di arte, e nel contempo la durezza ed il cinismo, il carattere individualista, ribelle e desideroso di riscatto delle umili origini.
Il balletto non è fatto solo di regole, dobbiamo puntare più in alto
La parte storica, spesso dimenticata nei biopic, appare non invadente (così come il tratteggio della sessualità del ballerino), ma sicuramente importante e tesa quel tanto che serva ad inquadrare socialmente il contesto: l'occhio vigile del KGB e la richiesta di asilo politico all'aeroporto dovrebbero - ci auguriamo - invogliare anche lo spettatore più giovane ad interrogarsi sulla storia recente. Costanti i rimandi culturali: la "Zattera della Medusa" (Gerricault) diventa oggetto di conversazione tra Rudolf e i ballerini dell'Operà di Parigi - "E' bellezza ricavata da una bruttura. E' realtà, ma è anche arte..." e le mani paterne sulle spalle di Nureyev bambino diventano quelle del "Ritorno del figliol prodigo" di Rembrandt, al Museo Ermitage di San Pietroburgo.
In conclusione, siamo di fronte ad una "pellicola" che merita 122 minuti di visione, per conoscere in parte l'uomo al quale dobbiamo la danza così come la conosciamo, l'artista che ci ha dimostrato come un gesto possa, in realtà, avere più di una semplice interpretazione. (Si ringraziano 404 ed Eagles Pictures per le immagini)





