Un anniversario fondamentale, come fondamentale è stato ed è ancora oggi questo disco, geniale e particolare, vero e proprio manifesto artistico di Ian Anderson, fondatore e alla guida da sempre dei Jethro Tull, e di un periodo fecondo per tutta la musica.
Correva l'anno 1971, precisamente il 19 marzo, quando i britannici Jethro Tull, per essere più precisi la Chrysalis, l'etichetta discografica, portava/no nei negozi di dischi il quarto album della band, probabilmente, se non sicuramente, il loro miglior lavoro di sempre e tra i più importanti progetti musicali del XX secolo.
Non era facile farsi largo nel panorama musicale tra la fine degli anni '60 ed i primi '70 in Inghilterra, ovunque erano presenti band che, o già avevano successo, o, da lì a poco, lo avrebbero ottenuto; citiamo a memoria facendo molti torti: Led Zeppelin, Deep Purple, Procol Harum, Emerson Lake & Palmer, Gong, King Crimson, Van der Graaf Generator, Yes, Pink Floyd, Genesis e... basta! perché la lista potrebbe sicuramente continuare a lungo. Ma se la scorriamo troviamo molti ancora in classifica e sui piatti di mezzo mondo (solo mezzo, perché l'altra metà ha optato per il digitale).
In questo panorama esaltante per chi ascolta, frustrante per chi suona (vista la concorrenza esasperata), si fa largo anche il (da poco) "quintetto" fondato dallo scozzese Ian Anderson nel 1967, "marcatore" fondamentale del suono tulliano con il suo inconfondibile flauto (preferito alla chitarra per non confrontarsi con due "difficili" come Jimi Hendrix e Eric Clapton), tanto carisma e una eccezionale padronanza del palco immediatamente dimostrata e tutto sommato, ancora posseduta, come dovrebbe essere per qualsiasi miito del rock, ancora sui palchi ai nostri giorni.
Verso la seconda metà degli anni '70, chi vi scrive condivideva con alcuni amici la passione per la musica, dovendosi però barcamenare - come tutti gli adolescenti dell'epoca - tra troppo pochi soldi in tasca e troppi dischi da voler comprare. Fortunatamento ognuno di noi aveva forse inconsapevolmente scelto un diverso gruppo di riferimento (quasi tutti britannici), contribuendo così alla "progressione" culturale di tutti i partecipanti.
Le grandi band si scoprivano in questo modo, non avendo ancora l'accesso ad Internet (che ancora non esisteva) e di conseguenza nemmeno YouTube e Spotify. Ogni disco nuovo, spesso acquistato per la copertina (eccellente in questo caso il lavoro acido di Burton Silverman, anche se poco gradito allo stesso Anderson che lamentava la sua eccessiva somiglianza con il barbone protagonista), era una scoperta che andava immediatamente condivisa velocemente, attraverso un giro di telefonate e una casa compiacente, meglio se con i vicini o abbastanza lontani o molto pazienti (oppure con un deficit uditivo).
"Aqualung" è l'album della maturità artistica ed anche della completezza della formazione che poi avrà successo negli anni, vendendo complessivamente molte decine di milioni di dischi. I testi sono duri, difficili e "cattivi". Agli inizi l'Uomo creò Dio: e sull'immagine dell'Uomo creò se stesso / E l'Uomo diede a Dio una moltitudine di nomi... come siamo lontani dalla puerile censura italiana per "4/3/1943" di Lucio Dalla. Aqualung ci spaventa, mentre osserva al parco le ragazzine con cattive intenzioni, ci disgusta come simulacro di rifiutato e rifiutante allo stesso tempo, il suo rantolo si fonde nella voce e l'interpretazione di Ian Anderson, l'assolo di chitarra di Martin Barre è assolutamente perfetto ed esaltante. Da brividi la parte finale ("di di di") ad ogni ascolto successivo. Evitiamo inutili e già pubblicate ciance: cosa potremmo scrivere che altri non abbiano già detto? Ascoltatevelo da soli, è tollerato anche l'online, ma poi va assolutamente comprato, se non avete il vinile, almeno il CD.
Un album che acquista valore, non solo sentimentale (le prime edizioni sono valutate attorno ai 150/200 euro, ma tanto sono introvabili e chi le ha se le tiene strette). Come ogni capolavoro, non stanca mai e ad ogni ascolto successivo se ne riescono a cogliere ulteriori sfumature; Aqualung non può mancare da ogni discografia che si rispetti.
E se pensate che questo sia l'unico anniversario, vi diamo subito l'appuntamento per il prossimo cinquantennale tulliano: il prossimo anno sfoglieremo "Thick as a Brick", sempre di questi tempi. Evidentemente è il periodo ad essere stato così fecondo.
JETHRO TULL: AQUALUNG (1971)
(lato A)
Aqualung
Cross-Eyed Mary
Cheap Day Return
Mother Goose
Wond'ring Aloud
Up To Me
(lato B)
My God
Hymn 43
Slipstream
Locomotive Breath
Wind Up
Ian Anderson (flauto traverso, chitarra acustica e voce)
Clive Bunker (un migliaio tra batteria e percussioni)
Martin Barre (chitarra elettrica e flauto dolce)
John Evan (pianoforte, organo e mellotron)
Jeffrey Hammond Hammond (basso, flauto contralto, voce)
arrangiamenti orchestrali e direzione David Palmer
produzione Ian Anderson e Terry Ellis
registrazione Island Studios, Londra
illustrazioni Burton Silverman








