Anche il più distratto degli studenti (o partecipante a un quiz televisivo preserale) sa che si ricorda così quel 27.01.1945, giorno in cui le truppe sovietiche entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia. Quel giorno il mondo intero seppe - anche attraverso immagini poi divenute indelebili - quanto "si intuiva", quanto molti già sapevano, ma non era ancora stato ufficializzato, troppi fingevano di non sapere.
In passato ci siamo già dedicati al Giorno della Memoria, guardando principalmente al mondo musicale e teatrale. Tra i vari modi per "trattare" (ma soprattutto ricordare) l'argomento, abbiamo scelto di riproporre ai lettori l'intervista in esclusiva che il docente universitario Massimo Ferrari Zumbini concesse alcuni anni fa alla nostra testata. L'antisemitismo in Germania: da Bismarck ad Hitler. E' questo il sottotitolo del saggio universitario “Le radici del male” (ed. il Mulino), opera del professore, allora ordinario di Storia della cultura tedesca all'Università della Tuscia di Viterbo. Una chiacchierata probabilmente semplicistica (da parte nostra), che più che dare risposte, individuava alcuni fattori scatenanti dell'odio razziale, quella forma assurda di pazzia collettiva che ha devastato la civiltà occidentale come mai prima era accaduto. E che sembra, purtroppo, non avere mai fine. La trascrizione della nostra breve conversazione. Sicuramente valida ancora oggi, forse anche di più.
Professore, da dove nasce questo “movimento di odio razziale” che porta una nazione civile a coalizzarsi e decidere lo sterminio di una popolazione innocente?
Tra il settembre e l’ottobre del 1879 nasce il termine antisemitismo e successivamente si sviluppano dei movimenti politici che comunque non ottengono risultati significativi. Il primo deputato dichiaratamente antisemita è nel 1887. In ogni caso fino alla prima guerra mondiale il successo politico di questi partiti è trascurabile.
E poi?
Poi possiamo considerare il primo conflitto mondiale come uno spartiacque. La perdita della guerra, la scomparsa dell'impero, le gravissime ripercussioni economiche enfatizzano situazioni latenti e la ricerca di un comune nemico, cui addossare ogni possibile colpa. L'antisemitismo, che già ha messo radici, trova terreno fertile nel malcontento e nella pancia vuota di una popolazione stremata che non riesce a risollevarsi. Alle porte poi si profila la crisi mondiale dell'economia del 1929...
Nel suo libro lei pone in molta evidenza la figura di Theodor Fritsch...
Fritsch è una figura chiave, l'ho definito il “grande vecchio” che fa da ponte tra l'antisemitismo organizzato dell'ottocento ed il Nazismo, è stato l'autore, nel 1887, di Antisemiten-Katechismus, divenuto poi Manuale della questione ebraica dal 1907. La sua figura è così fondamentale che, nel 1930, Adolf Hitler gli invia una lettera riconoscendo il ruolo-chiave della sua opera come fonte ispiratrice (Già nella prima giovinezza a Vienna ho studiato in modo approfondito il “Manuale della questione ebraica”. Sono convinto che proprio quest'opera ha contribuito in modo particolare a preparare il terreno per il movimento antisemita nazionalsocialista).
Prima di ringraziarla, vorremmo chiederle se ritiene che quanto successo oramai appartenga solamente al passato. L'uomo ha compreso i propri errori?
Purtroppo si sono verificati “episodi” recenti non incoraggianti e mi riferisco, tanto per fare qualche esempio, ai Khmer Rossi in Cambogia (2.200.000 morti tra il 1975 ed il 1979), alle stragi in Ruanda (800.000 morti nel 1994), alla ex Jugoslavia... fortunatamente, dopo la seconda guerra mondiale, sono stati istituiti i crimini contro l'umanità che non cadono mai in prescrizione. Questo è già un modo per non dimenticare, almeno dal punto di vista civile.
Il prof. Zumbini si rende conto che quest'ultima risposta non ci ha completamente soddisfatto, ma il suo compito non è quello di dare le risposte a questi problemi, quanto quello di analizzare scientificamente quello che è avvenuto. Spetta poi a tutti noi fare in modo che gli errori non si ripetano. Il nostro compito, invece, è quello di continuare a scrivere, pubblicare e ripubblicare, perché la memoria, almeno quella, non abbia mai fine.







