Al Richiastro si lascia la fretta fuori

Non siamo sicuramente competenti in cucina, ma secondo noi senza fretta è sempre meglio

Il tempo sembra essersi fermato fuori dal giardino interno da cui questo particolare locale prende il nome, e non solo per i piatti, frutto di una ricerca che si spinge al medioevo, ma per l'atmosfera che vi si respira, non appena ci si siede a tavola.

Il Richiastro è un ristorante leggermente nascosto (in Via della Marrocca 18, a Viterbo), aperto solamente nel fine settimana (ma è sempre meglio prenotare). Detto questo, se avrete il piacere di entrarci una volta, difficilmente poi farete a meno di ritornarvi, magari facendolo più volte.

Il Richiastro ha come prima e piacevole caratteristica l'accoglienza, una piccola sala con un enorme camino, sempre acceso nei mesi più freschi, sedie e tavoli in legno, tovagliette di carta paglia, arte contemporanea alle pareti (la proprietaria è architetto-gallerista), molta cordialità e un ambiente che non ha come principale scopo quello di far velocemente accomodare, mangiare e liberare il tavolo per un successivo turno. I suoi titolari hanno probabilmente poco interesse ai doppi e tripli turni e preferiscono quindi, quando sia possibile, illustrare con precisione e tranquillità il menu, lasciando ai commensali il giusto tempo per una decisione, magari accompagnato da un vino locale sfuso, non di grandissimo pregio, ma molto onesto, sia nel prezzo che nella qualità. Diversamente è disponibile una cantina di etichette molto conosciute ed apprezzate in zona, con qualche incursione umbro-toscana.

Si propone come "ristorante tipico della cucina viterbese" e di questa accezione riesce a fare un vero e proprio vanto in cucina, con pochi piatti, molti dei quali di antica derivazione contadina, frutto di una ricerca che affonda nel passato più lontano, fino al medioevo, adattandolo ai gusti e ai prodotti (quanto più possibile a km 0) del moderno. Viterbo si trova nell'entroterra laziale, di conseguenza il pesce è praticamente voce costantemente assente dal menu. Normalmente si inizia con ciotole di salsine (combinazioni a base di verdure di stagione) e pane caldo, ma vi consigliamo di non abusare mai della possibilità di ricevere un secondo cestino di pane, per non fermarvi all'antipasto.

I primi piatti spaziano da alcune rivisitazioni del passato, come i "lombrichelli" (tipico spagnettone locale di acqua e farina) "alla vitorchianese" (una sorta di arrabbiata con aggiunta di finocchio selvatico), o i "pizzicati" (sfoglia fresca strappata a mano), alle eccezionali zuppe (lenticchie, farro, cicerchie, castagne, ceci, fagioli, "erbe", ecc.). In questo caso è difficile non farsi tentare dall'assaggio (per modo di dire) di 4 zuppe diverse, è poi probabile che il vostro pranzo (o cena) si fermi qui, a dimostrazione che nel passato si sapeva mangiare sano e nutriente con quello che la natura offriva.

Sui secondi il legame con il passato si fa più forte, con l'utilizzo del miele, e vere e proprie "chicche" del secolo scorso, difficili da trovare se non in casa (e nemmeno in tutte), come la "trippetta di maiale", i "fegatelli", la "guancia di vitella", ecc. A completare, creme di pecorino con miele o in agrodolce o purè di fave o cicerchie; radicchio alla piastra, insalata di finocchi e aranci o di campo come contorni.

Nessun carrello (o frigorifero brandizzato) dei dolci, ma nuovamente tradizione locale, espressa con i tozzetti (biscotto secco con nocciole) accompagnati da Aleatico (vino liquoroso di Gradoli), oppure coppette di crema (fatta in casa) con salsa di frutta o con biscotto immerso e cioccolato (quest'ultimo consigliato ai più golosi).

https://ilrichiastro.it/

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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