Vedendo il film sono due i pensieri che non ti abbandonano, dall'inizio alla fine. Il primo è anche piuttosto ovvio: ma quanto è stata brava Renée Zellweger nel restituirci una Judy Garland così crepuscolare e così indifesa, in primis da sé stessa. Il secondo amplia la riflessione ad altri protagonisti assoluti dello show business mondiale. Ma quante sono state le vite degli artisti che non hanno potuto mettere sé davanti al grande richiamo del palcoscenico, teatrale o musicale poco importa. Quanti tra loro non hanno avuto accanto qualcuno che li aiutasse a sopportare il successo. Tanti, troppi e temiamo che ne verranno ancora molti. Ma questo è.
Judy Garland scompariva nel 1969, a soli 47 anni, dopo una vita fatta di applausi, cadute e ripartenze, mariti e rinunce "sbagliate": il dire no a una fetta di torta e il dire sì alle anfetamine, tanto per citare due, che potranno anche essere giovanili, ma poi profondamente incisivi su tutto.
Il film ripercorre, sempre con un rispetto quasi didascalico, il viale del tramonto della celebre performer, alternando la visione di due attrici: la Zellweger, appunto, e Darci Show che è Judy da giovane, dando efficacia ai suoi - pochi e maldestri - tentativi di ribellione dagli studios cinematografici, nel tentativo infruttuoso di essere una ragazza normale e non sempre e comunque la piccola Dorothy del Mago di Oz e una macchina da soldi da sfruttare fino in fondo, a scapito della sua normale aspirazione alla felicità.
Judy/Renée da adulta ha ancora un discreto successo, ma una grande difficoltà a sapersi gestire (alcool e pillole non sono proprio la ricetta ideale per riuscire a rispettare le scritture). Mamma premurosa nei confronti dei due figli più piccoli, la figura di Liza Minnelli ventenne appare appena (giusta la scelta, perché avrebbe spostato l'attenzione dello spettatore), è costretta ad accettare un contratto londinese per una serie di concerti. Si rende quindi inevitabile la separazione dai bambini, dolorosa ma necessaria per assicurare a loro e a sé quel denaro che solo quando viene a mancare per l'essenziale ci si rende conto di averne avuto troppo ed averlo tutto dilapidato.
Con alti e bassi (i secondi condizionati dalle consuete scelte sbagliate e dal carattere oramai troppo fragile), Judy affronta il nuovo impegno lavorativo, sotto l'occhio vigile di Rosalyn (Jessie Buckley), l'assistente messa a sua disposizione dal produttore britannico. Fondamentale sarà l'incontro con Dan e Stan (rispettivamente Andy Niman e Daniel Cerqueira), una tenera coppia di ammiratori omosessuali, cui incosapevolmente l'attrice aveva reso più sopportabile l'idiozia e la persecuzione delle leggi fino a poco tempo prima vigenti (il Sexual Offences Act con cui si legalizza, mantenendo dei distinguo, l'omosessualità nel Regno Unito risale al 1967).
L'eccezionale bravura di Renée Zellweger (Premio Oscar come Miglior Attrice nel 2020) si trova in ottima compagnia di cast artistico e tecnico, con una menzione speciale per i costumi (Jany Temime), trucco e acconciature ("solo" la nomination agli Oscar per Jeremy Woodhead) che contribuiscono visivamente a rendere maggiormente credibile la Londra degli anni '60, anche attraverso una godibile scelta di colori. Se, ribadiamo, l'attrice mette tutta la sua abilità nell'entrare ed uscire con apparente semplicità dagli stati d'animo della Garland, il testo teatrale prima e la mano delicata del regista cinematografico poi consegnano alle Generazioni X il racconto probabilmente poco conosciuto di una vita che non ha saputo dire dei no. E lo fanno senza celebrazioni, ma anche senza quei voyeurismi sguaiati, tipici di un becero moralismo e intrattenimento per animi poveri del XXI secolo, al quale non riusciremo mai ad abituarci.
I titoli di coda scorrono lasciando in chi ha visto "Judy" la consapevolezza che a volte ci sono altri posti dove vivere, molto meglio di casa propria.








