La pièce racconta - nella forma di commedia brillante - i tanti dubbi di una trentenne precaria (ma variando l'età il risultato economico non cambia) che decide con il proprio compagno, anche lui precario (ricercatore scientifico in una nazione che fa di tutto per allontanare i propri "cervelli", salvo pentirsene - di facciata - dopo, quando è troppo tardi), di cominciare a pensare se allargare la famiglia. Bianca (Giada Prandi) e il suo alter ego dubbioso (Veronica Milaneschi) analizzano sistematicamente le mille preoccupazioni e i dubbi atroci sulle proprie capacità genitoriali che possono - oggi - affollare la testa di una "probabile" mamma. Argomento attuale, interessante e trasversalmente adatto a tutti, uomini e donne. Ne abbiamo parlato con la protagonista nel corso di una lunga chiacchierata telefonica, che ci ha confermato quanto l'attrice (ma anche produttrice) creda fortemente in questo suo (e altrui) lavoro.
Al pubblico viene distribuito un questionario, "Figlio sì/Figlio no", qual è la risposta che voi date in scena?
Dipende. E' un sì se te la senti, se la coppia se la sente. Ed è un no se la coppia (lo spettacolo anche se ha due interpreti femminili affronta sempre il punto di vista della coppia, ndr) non se la sente, perché non bisogna essere genitori a tutti i costi. Nello spettacolo analizziamo tutte le paure di una coppia tra i 30 e i 40 anni che decide di farsi questa domanda, se fare un figlio o no, le ansie che solo il pensiero di avere un figlio vengono scatenate. L'aspetto interessante è che noi poniamo solo delle domande, che rimangono comunque in sospeso. Noi diamo un'indicazione alla fine dello spettacolo, ma la costruzione è più sulle tante paure che i nostri giorni ci mettono davanti.
Esempio...
La precarietà innanzi tutto. Ci stabilizziamo intorno ai 40 anni (quando succede, ndr), non c'è una rete sociale che ti aiuta, diventa difficile collocare il bambino al nido se si lavora saltuariamente, i costi da sostenere. Noi andiamo ad analizzare tutte queste paure che una qualsiasi donna si pone quando si interroga con il proprio compagno. Ci si guarda in faccia e si "studia" la decisione. Quello che era prima tanto naturale, anche durante i conflitti, oggi è invece sintomo di totale insicurezza, il timore che "nessuno ti aiuti" e questo provoca un senso di malessere. Se poi si decide di farlo, nel corso della "dolce attesa" le paure ti assalgono sempre di più, le difficoltà sono veramente tante.
Come è stata la "genesi", mi perdoni la brutta battuta totalmente involontaria, dello spettacolo?
Betta Cianchini, l'autrice, aveva già scritto un altro testo, "Post Partum lei", dove analizza tutte le difficoltà del dopo parto, la depressione che può portare anche a conseguenze molto importanti. Una sindrome che viene spesso taciuta o sottovalutata ma che è presente, molto più di quello che si possa pensare. Il parto è bellissimo ma è molto faticoso e può generare malessere per mille motivi. Faccio un esempio che potrebbe sembrare banale: il bambino che non dorme e si lamenta tutta la notte, non ti fa dormire e il giorno dopo però bisogna ugualmente andare a lavorare. Partendo da tutto questo Betta scrisse questo monologo, da lì partimmo per una ipotesi collegata allo stesso tema, uno spettacolo sul "prima".
Tornando alla vostra analisi, nel passato era più semplice fare figli o si era più incoscienti?
E' probabile che si fosse più incoscienti. Se la porto sul mio personale, mi viene in mente immediatamente che mia nonna ha cresciuto i suoi cinque figli da sola, dopo la scomparsa di mio nonno. Andando più sul generico la nostra società è stata costruita su generazioni che hanno dovuto affrontare guerre, distruzione e fame. Però probabilmente ci si "buttava di più", mentre adesso che ci collochiamo molto tardi nel mondo del lavoro, siamo diventati - anche giustamente - più ansiosi.
In ogni caso il punto di vista maschile nello spettacolo è una ricostruzione al femminile, o no?
Non proprio. Lo raccontiamo noi, filtrato dagli occhi di Bianca e dalle sue Paure, due donne in scena, ma dirette da un uomo. Il punto di vista è sicuramente femminile, ma non riguarda solo Bianca, ma anche il compagno in una sorta di confronto tragicomico a distanza. La riflessione che portiamo al pubblico è di coppia non della sola lei. C'è una forte emotività nel (doppio) personaggio che però si rivolge a tutti, consegnando molti spunti anche di difficoltà quotidiane. Lo spettacolo si apre con una telefonata al CUP (Centro Unico Prenotazioni, ndr) per prenotare una amniocentesi. Non c'è posto e l'esame sarebbe possibile solo dopo il parto, quindi totalmente inutile. La telefonata è vera ed è un piccolo esempio delle mille ansie che possono assalire chi decide di mettere al mondo un figlio oggi. E' uno spaccato crudo e allo stesso tempo ironico, che fa riflettere anche i futuri padri.
Si riesce sempre ad essere distaccati e a non mettere la propria condizione personale nello spettacolo?
Io cerco sempre di distaccarmi dalle emozioni che possono poi in qualche modo sopraffarmi durante un’interpretazione, ma ovviamente cerco anche di mettere qualcosa di mio, per essere credibile ed emozionante, soprattutto quando si trattano tematiche come queste. A volte parto "da me" nella costruzione di un personaggio, a volte da qualcosa che sia invece distante, in entrambi i casi attingo alle mie emozioni, al mio vissuto, alle esperienze che vivo. Lo spettacolo è in scena dal 2012 e c'è stato un necessario movimento nel personaggio da allora fino ad oggi, poiché io sono cambiata e cresciuta molto, anche come donna, e questo ha portato a una sua evoluzione e arricchimento. Un viaggio che compio e che mi emoziona sempre, ma che mi dà ogni volta molteplici spunti. Si lavora con il corpo, con la voce e con la propria emotività, poi si cerca quel necessario distacco che ti permette di veicolare le giuste emozioni di quel particolare personaggio. Il mestiere dell'attore ti permette di cavalcare le emozioni e a non fartene dominare, perché non sarebbe recitare e si rischierebbe di raccontare qualcosa d'altro. Noi in quanto interpreti dobbiamo essere funzionali al servizio della storia che raccontiamo, del personaggio e della visione autoriale, filtrata da quella registica. Il bello in tutto questo, a mio avviso, sta nel cercare di mettere sempre qualcosa di proprio in ciò che si fa per poter essere vivi sulla scena.
In conclusione, questa è la quinta stagione, che tipo di riscontro state avendo dal pubblico?
Lo spettacolo, malgrado si presenti come un conflitto - le due attrici sono infatti abbigliate come soldati e sono in "guerra", ed è questa una bella intuizione del regista - dà un messaggio molto positivo ed è tutto giocato sull'ironia. Chi ha assistito finora si è sempre riconosciuto in quello che abbiamo messo in scena, ha ragionato sui comportamenti di Bianca ma si è anche molto divertito. Le paure vengono ovviamente amplificate, ma alla fine quello che viene fuori è un messaggio totalmente positivo. Anche gli spazi teatrali che ci hanno ospitato hanno mostrato la trasversalità del nostro "messaggio". Vorrei aggiungere, se mi permette, il nostro ringraziamento, come produzione allo Studio Genetica, la banca etica del cordone ombelicale, che ha sempre creduto in questo progetto teatrale e che ci ha sempre sostenuto in molte forme. Mi fa veramente piacere ogni volta ricordarlo e ringraziarli.
Ci rendiamo conto che, come sempre, abbiamo abusato del tempo di Bianca, del suo Clone Timoroso, ma soprattutto della sua interprete/produttrice, che ringraziamo per le tante chiavi di lettura che ci ha consegnato sullo spettacolo, in scena e con date confermate anche nella prossima stagione. In fin dei conti parliamo sempre di una "dolce attesa", i tempi da attendere sono questi.







