E se Marilyn Monroe fosse ancora viva? E se fossimo tutti un po’ Marilyn? Non bionde e sensuali come lei, ma pieni di fragilità nascoste.
Filippo Timi è solo, rispetto alle canoniche presentazioni nelle quali un moderatore/intervistatore fa da spalla o aiuta lo scrittore a presentare il libro, l’attore/scrittore nonché drammaturgo e regista è accompagnato semplicemente (se l’avverbio non fosse minimizzante) da un handpan, uno strumento idiofono (il suono è prodotto dal materiale stesso con il quale è costruito) simile al gong, e dalle proprie fragilità.
Potrebbero sembrare strane come “spalle” alla quale fare affidamento durante una presentazione/performance ma le fragilità e lo strumento sono in realtà la summa di tutto quanto scritto da Timi nel libro: la vita di Marilyn non raccontata in una biografia con i tratti salienti del suo percorso lavorativo e dei suoi sfortunati amori, nonché nelle stranezze divenute leggende come la goccia di Chanel N. 5 per andare a dormire, bensì un universo parallelo che va da un periodo imprecisato prima della morte ad un possibile epilogo molto diverso da quello che è stata la realtà. In mezzo c’è l’America ipocrita e “bacchettona” degli anni a cavallo tra la fine del 1950 e il 1960, la storia con (i) Kennedy, il problema con le dipendenze (affettive e medicinali), il rapporto con sé stessa ed anche con il cinema. Timi prende tutti questi ingredienti e come spesso fa nei suoi lavori, immagina “come sarebbe se...” mescolandolo alla realtà e trasfigurando sé stesso o le persone che lo circondano in alcuni personaggi.
Noi siamo tutti Marilyn Monroe. Anche se non siamo biondi e “patinati”: ma il senso del libro (e della presentazione che) è quello di spogliare la diva del suo essere inarrivabile e Timi lo fa nel proprio stile, essenziale, drammaturgico, teatrale, brutale. Perché questo leit motiv? Perché dietro la “costruzione” Marilyn - bionda, bella, dal sorriso smagliante - c’era, c’è stata, da sempre e per sempre Norma, con le incertezze, la voglia di innamorarsi, la paura della solitudine, il rapporto conflittuale con la madre. Come descriverla senza rischiare di cadere nel retorico osannandola esclusivamente nel suo essere il mito che anche la morte prematura ha contribuito a creare? Rendendo la sua esistenza più materiale, più “terra-terra” diremmo adesso, descrivendo quello che potrebbe essere il suo rapporto carnale con Kennedy, quello telefonico con l’amica, ma anche l’incontro con un alieno, in un bunker nel quale la porta il Presidente per regalarle un segreto da condividere insieme. Un alieno non tanto diverso da lei, essere con il quale si identifica, diventa empatica perché sotto gli occhi di tutti, proprio come lei.
Il modo migliore per immedesimarsi nella vita (non) vissuta da Marilyn è quello di immedesimarsi nell’alieno che la incontra, nel rapporto con la madre che magari è quello che si ha con la propria, vuol dire diventare, come spesso ama citare Timi “rubando” le parole a Gilles Deleuze “essere contemporanei per essere storici?” Vuol dire pensare in funzione dell’epoca in cui il protagonista che si descrive viveva. Quindi se si indossano i panni di Marilyn lo si deve fare in funzione del tempo che si sta vivendo ora, pertanto con le reazioni, anche verbali, attuali e Timi lo fa, come aveva indossato sgargianti cappotti piumati in “Don Giovanni”, con le dovute differenze, indossa il vestito color carne cosparso di luce che la Monroe indossava nel suo famosissimo “Happy Birthday, Mr President”.
Una presentazione-spettacolo nel quale c’è la possibilità di trasgredire dal mito Marilyn per affrontare quello del testo teatrale “Scopate sentimentali” dedicato a Pasolini - in scena anche in questa stagione - o per raccontare il rapporto con il pubblico che l’Artista vorrebbe sempre più intimo. Cita Woyzeck per il taglio nel testo (poche parole ed efficaci) e Rainer Maria Rilke per la passione per lo scrivere: “Mi domandate se i vostri versi sono buoni. Lo avete già domandato ad altri. D’ora innanzi vi prego di rinunciare a tutto ciò. Il vostro sguardo è volto verso l’esterno. È questo, anzitutto, che non dovete più fare. Nessuno può portarvi consiglio o aiuto, nessuno. Entrate in voi stessi, cercate il bisogno che vi fa scrivere. Confessate a voi stessi: morireste se vi fosse vietato di scrivere?”
Cita autori, scrittori, attori, registi e personalità di varie religioni che lo hanno colpito nel descrivere la divinità e il rapporto con l’altro: bisogna espandersi e farsi paradossalmente vuoto per trovare spazio come una bolla che esplode e bisogna usare un linguaggio comprensibile a chiunque, sia che sia scriva, si dipinga, si reciti. Come dargli torto?
Si esce con la curiosità di conoscere maggiormente il suo mondo, aspettando che esploda per far posto anche a chi lo ascolta nel suo essere particolare. Particolare come i suoi spettacoli. Da assimilare come i suoi spettacoli, ma profondo come i suoi spettacoli.








