Pulcinella nel mondo: viaggio teatrale tra Lituania e altre nazioni

Tra Rokiskis, Utena e Pasvalis, la maschera napoletana incontra i linguaggi del teatro internazionale

la maschera di Pulcinella
m&s - la maschera di Pulcinella (foto © Emiliano Piemonte)

C’è un momento, poco prima che il sipario si apra, in cui la maschera di Pulcinella ci guarda. È come se volesse chiedere fin dove può spingersi un personaggio nato tra i vicoli di Napoli, quando si trova in un teatro di Rokiskis o di Utena, o ancora di Pasvalis, in Lituania. La distanza non è solo geografica: è culturale, linguistica, estetica. Eppure, quando la luce lo raggiunge e la platea trattiene il respiro, quella distanza si annulla. Pulcinella diventa un linguaggio, un ponte.

Il viaggio in Lituania non è stato soltanto un’esperienza artistica, ma una prova di ascolto reciproco tra culture. Un festival organizzato con cura e precisione, in cui ogni dettaglio aveva valore: dai tecnici che seguivano gli spettacoli alle persone che, con semplicità e dedizione, offrivano tè o caffè agli artisti. Tutto contribuiva a creare un clima di accoglienza e di comunità. Dopo ogni replica, momenti di confronto con le compagnie — guidati da esperti di teatro internazionali — aprivano lo spazio alla riflessione, all’analisi, al dialogo tra diversi modi di intendere la scena.

In questo contesto, Pulcinella ha portato la sua ironia tagliente e la sua umanità, il corpo che dice più della voce, la maschera che nasconde e rivela. Davanti a sé ha trovato pubblici curiosi e artisti provenienti da luoghi lontani: Catalogna, Ucraina, Lettonia, Bruxelles, Kazakhstan. Ognuno con un modo diverso di intendere il teatro, e tutti con un bisogno comune di raccontare la realtà attraverso il gesto.

I catalani hanno proposto un teatro visivo, fatto di luci e ombre che sembrano respirare insieme agli attori. La compagnia lituana ha colpito per l’uso poetico del velatino, sottile superficie su cui prendevano vita le ombre: una scelta scenica che trasforma la materia in linguaggio. Negli spettacoli provenienti da Ucraina e Lettonia, invece, il videoproiettore è diventato un elemento narrativo centrale: parole, frasi e concetti chiave scorrevano sui pannelli come pensieri che si facevano immagine, in un continuo dialogo tra visivo e verbale.

Nel “Sogno di una notte di mezza estate” della Lituania, la scena si è articolata su due livelli: dapprima il pubblico si è ritrovato sul palco con gli attori, coinvolto in un gioco di prossimità e scambio; poi, con un gesto quasi teatrale quanto simbolico, gli spettatori sono stati invitati a spostarsi in platea, mentre gli attori li seguivano e si mescolavano tra loro. Un ribaltamento che ha dissolto ogni distanza, un esempio perfetto di rottura della quarta parete, capace di restituire al teatro la sua natura più viva e partecipata.

Il Lussemburgo, rappresentato attraverso la scena di Bruxelles, ha portato uno spettacolo sorprendente per la sua musicalità: suoni onomatopeici, gesti, ritmi e pause hanno costruito un linguaggio immediatamente comprensibile a un pubblico internazionale. Nessuna barriera linguistica, solo l’armonia del corpo e della voce come strumenti universali. Il Kazakhstan, invece, ha scelto un approccio più statico, fondato su canto e parola: una forma teatrale solenne e rituale, in cui la coralità sostituisce l’azione e la voce diventa il principale veicolo di emozione.

In mezzo a queste estetiche diverse, la commedia dell’arte napoletana ha portato un’energia unica. Pulcinella, in scena, ha parlato attraverso il corpo, i lazzi, i giochi, con una precisione ritmica capace di raccontare più di qualsiasi parola. La produzione del Teatro dei Dioscuri, compagnia che da anni svolge un intenso lavoro di ricerca teatrale sulla tradizione e sul tradimento della tradizione, ha saputo coniugare il rigore dell’impianto scenico con la vitalità del linguaggio fisico. Il regista ha scelto di far indossare la maschera solo a Pulcinella, come segno distintivo di un linguaggio che resta simbolo e memoria. Tutto il resto — attori, spazio, ritmo — viveva di una fisicità immediata e universale.

Il pubblico lituano, abituato a un teatro più statico e riflessivo, è rimasto piacevolmente colpito da questa forza comunicativa diretta. La trama, condotta attraverso il gesto e il ritmo, è risultata chiarissima: il corpo è diventato parola, e la parola — quasi superflua — si è trasformata in musica.

La commedia dell’arte napoletana, qui, non è citazione ma presenza viva, radice che continua a generare rami nuovi. La maschera, simbolo di un’umanità che attraversa secoli e frontiere, è chiamata in modi diversi nei paesi d’Europa: Polichinelle in Francia, Don Cristóbal Pulichinela in Spagna e Portogallo, Mr. Punch in Inghilterra, Jan Klaassen nei Paesi Bassi, Kasperl in Germania e Austria, Petrushka in Russia, e così via. Ma ovunque rappresenta lo stesso spirito: ironico, malinconico, profondamente umano.

Durante il festival, il tempo si è misurato in attese dietro le quinte, in sguardi e in silenzi. Non c’erano barriere linguistiche, solo la curiosità di capire come un gesto possa dire “vita” ovunque nel mondo. Ogni compagnia raccontava la propria storia con strumenti diversi: proiezioni, ombre, musica, oggetti quotidiani, danze. Tutto diventava racconto, tutto diventava scena.

Pulcinella, con la sua leggerezza e il suo sguardo antico, è stato testimone di questa pluralità. È come se avesse raccolto dentro di sé un po’ di ogni paese incontrato. Forse perché da sempre rappresenta l’uomo comune, quello che soffre, ride, resiste. In Lituania, il suo dialetto non serviva: bastava il movimento, la pausa, la complicità tra palco e platea.

Alla fine, tra le valigie e i costumi, resta l’impressione di un viaggio necessario. Lontano da casa, Pulcinella ha ricordato a tutti noi che il teatro non ha confini, che ogni cultura possiede un modo proprio di raccontare la vita, e che la maschera - quando è viva - può parlare tutte le lingue del mondo. Ciò che resta è l’eco di una voce antica che continua a muoversi, a cercare, a unire.

Teatro dei Dioscuri
presenta
NA CAMPAGNATA 'E TRE DISPERATE
di Antonio Petito 
con Emiliano Piemonte (Pulcinella), Massimo Raele (Picchio), Antonio Marcantuono (Felice Sciosciammocca), Marzia Lullo (Luisella), Cristian D’Ambrosio (Oste), Liberato Guarnieri (Don Anselmo), Antonietta Altera (Donna Attanasia)
luci Irene Izzo
musiche Fratelli Gibboni
scenografia Matteo Laudonio
organizzazione Diego Piemonte
regia Antonio Caponigro
foto di scena Rokiskio Kulturos Centras
durata un atto unico di circa 1 ora

teatrante
Attore, regista e formatore (docente di mimo, maschera e movimento). Svolgo attività teatrale in carceri, scuole e comunità, combinando arte e impegno sociale. Il mio tempo e le mie energie sono dedicate alla diffusione e alla pratica del teatro in tutte le sue forme.
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