I 25 anni di PAV: auguri con intervista

Conosciamo meglio il lavoro di Claudia Di Giacomo e Roberta Scaglione, in arte PAV

Pav in ufficio
m&s - PAV in ufficio (foto © Mario Martone)

In un panorama culturale spesso misurato in numeri, stagioni e risultati immediati, il lavoro di PAV ha sempre seguito un’altra logica: quella della relazione, della cura, della continuità. Nel dicembre 2025 l’impresa fondata da Claudia Di Giacomo e Roberta Scaglione compie venticinque anni, attraversando un quarto di secolo di trasformazioni del sistema teatrale italiano ed europeo senza mai smarrire la propria matrice originaria: lavorare dentro i processi artistici, non ai loro margini.

Nate professionalmente nella scena romana e formate in un dialogo costante fra studio, pratica e progettazione, Di Giacomo e Scaglione hanno creato un modello di impresa culturale raro nel nostro Paese: un luogo in cui produzione, formazione, ricerca e consulenza non sono capitoli separati, ma parti di un unico ecosistema. Lontane dagli slogan e vicine alle persone, hanno costruito nel tempo spazi, reti e possibilità in cui artiste, artisti e professioniste della scena potessero crescere, confrontarsi, immaginare.

Mentre PAV celebra questo anniversario aprendo un archivio di memoria condivisa e lanciando il Premio Innesco, volto a formare le nuove generazioni del teatro, abbiamo incontrato Claudia e Roberta per ripercorrere insieme la loro storia: un percorso che, dalla fondazione nel 2000 alla progettualità internazionale di oggi, continua a interrogare il senso stesso del fare teatro come gesto collettivo, politico e profondamente umano.

Come vi siete conosciute e quando avete capito che volevate fondare PAV insieme?
Ci siamo conosciute alle soglie del nuovo millennio, fine 1999 (ci conoscevamo di vista da studentesse di Storia del Teatro, avendo studiato negli stessi anni all'Università La Sapienza), ci siamo presentate in un palcoscenico in allestimento a Venezia dove Claudia era a lavorare come organizzatrice per la Biennale Teatro e Roberta, responsabile per un programma di Residenze, era ospite per vedere spettacoli. Poi è stato Mario Martone, allora direttore del Teatro di Roma, a chiamarci e a pensarci insieme su un grande e innovativo progetto di decentramento nella Regione Lazio per il Giubileo del 2000 che si chiamava Per Antiche Vie, il cui acronimo era appunto PAV. Quindi si può dire che abbiamo iniziato ad essere le PAV (ci chiamavano tutti già così, le PAV) prima ancora di creare PAV. Alla fine dell'anno 2000, al termine del nostro incarico, Elena Stanacanelli, che avevamo conosciuto durante le antiche vie che lei seguiva come scrittrice, ci coinvolge in un progetto che metteva in connessione teatro e letteratura chiamato "Raccordi" per la Casa delle Letterature di Roma per cui serviva una produzione e una direzione organizzativa, così in breve tempo abbiamo fondato PAV e abbiamo iniziato subito a lavorare come impresa culturale. Le esperienze lavorative che avevamo, precedenti a questo passaggio, ci avevano già dato modo di conoscere il funzionamento del sistema organizzativo e produttivo e ci siamo lanciate con l 'idea di sviluppare le nostre capacità su più fronti, potevamo quindi lavorare su più progetti e programmi eterogenei intercettando commesse diverse e intersecando da subito mondi teatrali anche lontani tra loro.

Come descrivereste in una frase la missione di PAV? 
Da statuto: progettiamo, produciamo, organizziamo, promuoviamo nell'ambito dello spettacolo dal vivo; la "mission di vita" è essere sempre curiose, conoscere, ricercare, gestire, accompagnare.

In cosa PAV si differenzia dalle altre realtà teatrali italiane?
Siamo una struttura singolare non orientata alla produzione o programmazione in senso stretto ma versatile, attenta alle domande del nostro settore. Abbiamo differenziato la nostra attività spaziando tra progettazione internazionale e nazionale, gestione di progetti per conto di teatri e grandi istituzioni culturali, consulenza specifica ad artist* in diverse fasi della loro carriera.

Guardando indietro, qual è il progetto che vi ha segnato di più e perché?
Dopo l'avvio epico con le antiche vie ci sono stati diversi progetti entusiasmanti e sfidanti in diverse città, come per esempio Petrolio per il neonato stabile Teatro Mercadante di Napoli, ma certamente Face à Face e poi Fabulamundi (tuttora in corso), segnano l'avvio del nostro percorso internazionale prima bilaterale con la Francia e poi con 10 paesi europei. Un percorso che ci ha consentito di mettere a fuoco l'interesse per la progettazione e la drammaturgia contemporanea e che è stato molto professionalizzante e stimolante: riuscire a lavorare tra diversi paesi e promuovere nuovi autori in tutti questi paesi europei e imparare a cogliere le opportunità della progettazione europea, ha certamente disegnato la nostra direzione in modo molto chiaro.

Quale intuizione o esperienza vi ha dato maggiore soddisfazione nella crescita di PAV?
Da subito l'intuizione che l'impresa culturale poteva essere una casa comune in cui condividere idee e progettazione e un luogo in cui dare avvio a percorsi di sperimentazione. Appena avviate al lavoro, le nostre erano state esperienze di collaborazione e consulenza con diversi artist* e istituzioni culturali. Con PAV potevamo essere noi a innescare processi creativi e individuare modelli di progettazione sostenibili; e poi, in tempi più recenti, l'esperienza e la capacità di osservazione ci hanno fatto comprendere che il lavoro della rappresentanza artistica, ovvero l'attività di agenzia, iniziato su stimolo di Martone e Ronconi e tenuto per circa 15 anni sotto traccia, poteva essere un'altra parte del core business della nostra società, visto che intercettava bisogni concreti di supporto per gli artist*, di tutela e di cura nella negoziazione. 

Perché la formazione e il mentoring sono un asse fondamentale del vostro lavoro?
Perché attraverso l'insegnamento ci si rigenera e si continua a ricercare e ad aggiornarsi. Perché siamo curiose e curiamo molto il passaggio generazionale, ci piace conoscere i giovani di oggi e perché ci ricordiamo del nostro sguardo verso i grandi maestri che ci hanno guidato all'inizio del nostro percorso. Molto del nostro team di lavoro è composto da persone che abbiamo incontrato facendo formazione. 

Come riuscite a mantenere il legame con la scena indipendente e allo stesso tempo collaborare con le istituzioni?
Quello che ci piace fare è seguire i processi creativi. Può capitare che stiamo allestendo in uno spazio off o in un importante teatro o sito archeologico, quello che ci interessa è quello che accade e le opportunità per cui le cose accadono. Amiamo lo spettacolo dal vivo in tutte le sue forme. Prima di essere delle professioniste, siamo pubblico, e ci piace osservare e lavorare nell'ambito artistico a tutti i livelli.

Cosa significa per voi lanciare il Premio Innesco?
Festeggiare 25 anni di attività con uno sguardo al futuro, non guardando solo a noi stesse ma curiose verso possibili rinnovamenti e verso le nuove generazioni. 

Quali sfide principali vedete per il teatro italiano nei prossimi anni?
La complessità è un elemento imprescindibile di questo momento storico, ci sono moltissime sfide globali che incidono profondamente nel settore culturale e con la responsabilità di essere all'interno di un discorso collettivo. La specifica del nostro sistema, il suo essere connesso con i finanziamenti pubblici lo rende al centro di sfide e priorità che le politiche culturali devono poter intercettare e supportare, dunque la sfida è intensificare il dialogo con la politica affinché le politiche rispondano alla creatività contemporanea.

Qual è la qualità dell’altra che più avete ammirato in questi 25 anni?
(Claudia)La resilienza e quella capacità di visione di insieme che a me, a volte troppo schiacciata sui particolari, manca. 
(Roberta) Claudia È bravissima......La capacità di ascoltare e indirizzare positivamente le energie sue e di chi gli sta vicino.

Il nostro ringraziamento è per entrambe.

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