Ci riferiamo a Brescello, il piccolo comune della bassa Padana, che oggi conta poco più di 5.600 abitanti, in provincia di Reggio Emilia. Sarebbe un luogo come tanti, se non fosse che - dal 7 settembre 1951 - è diventato per tutti il "paese di Don Camillo". In quella giornata apparentemente come tante, per il resto della penisola, questo paesino diveniva un set cinematografico, legando la propria municipalità ad una location stabile, 14 anni di attività, e con due eccellenti attori a muoversi tra chiesa e municipio.
La notorietà letteraria nasce prima, il 28 dicembre 1946, quando vede la luce la divertente, sanguigna e delicata combriccola di personaggi tanto azzeccati quanto longevi perché, tutti, dotati di grandissima umanità, una costante trasfusa a piene mani dalla carta ai film, con protagonisti il francese Fernandel (nei panni del sacerdote) e l'italiano Gino Cervi (l'amico e basta - perché Don Camillo non può conoscere un sentimento come l'odio - sindaco Peppone). Nati come personaggi letterari del Mondo Piccolo di Giovannino Guareschi, come succede a tutte le creature troppo ingombranti - vedi Sherlock Holmes - hanno preso vita propria, travalicando le aspettative e i desiderata del loro spigoloso autore.
Fortunatamente per tutti noi, la serie di film (dal 1952 al 1965, da dimenticare tutti gli altri tentativi) rimane il miglior modo - anche il più semplice - per traghettare verso le nuove generazioni la pletora di sentimenti che anima i personaggi della Bassa. Il ciclo di pellicole, nel loro apprezzabilissimo bianco e nero, viene costantemente replicata, suscitando sempre interesse, divertimento e - perché no! - commozione in generazioni successive di spettatori che attendono quella battuta o quella scena, vista e rivista mille volte ma che si aspetta e si apprezza sempre volentieri.
Una saga che ha nell'eccellente realizzazione dei personaggi di Giovannino Guareschi e nella bravura attoriale di primari e comprimari la propria forza. Aggiungi poi delle storie apparentemente semplici e di buoni sentimenti e il mix perfetto è realizzato. In realtà il tutto è molto più difficile, altrimenti esperimenti moderni - di cui tacciamo il titolo per manifesta inferiorità - avrebbero avuto lo stesso gradimento da parte del pubblico.
In ogni caso, appena si mette piede a Brescello, tutto parla della saga cinematografica e si vorrebbe spegnere il colore, riportare tutto a quel magico bianco e nero per essere maggiormente vicini ai due protagonisti, fantasticare se vederli o meno uscire dalla chiesa o dalla casa del popolo, ricercare la particolare location vista decine e decine di volte. E' normale venga al viso il sorriso, ma non nascondiamo anche l'emozione e l'affetto: sentimenti che giustificano quell'attaccamento ai due personaggi principali, ma anche a tutto quel contorno di buone pratiche del passato, che vorremmo rivivessero ancora oggi (e ne avremmo sicuramente bisogno).
Per questo motivo, in questo omaggio a chi ha amato, ama ed amerà negli anni quel ciclo di film, abbiamo deciso di aiutarci con l'elettronica e virare al bianco e nero le nostre immagini (scattate qualche mese fa). Con i colori saremmo stati contemporanei, ma in questo particolare caso vogliamo appartenere agli anni '50 e '60, con la speranza bambinesca che Don Camillo e Peppone rispuntino fuori da dietro un angolo, il primo con quel largo sorriso contadino, il secondo con quella sanguigna rabbia, che poi passa l'attimo dopo, magari davanti ad un buon bicchiere di vino. L'apericena da queste parti non sanno cosa sia.








