Lo spazio espositivo emiliano (in Via Alessandro Manzoni 4, a Bologna) dedica una grande mostra a Bartolomeo Cesi (1556-1629), figura chiave della pittura bolognese tra Cinquecento e Seicento. Il progetto, curato da Vera Fortunati, rientra nel programma del Giubileo 2025 e ricostruisce, con oltre trenta opere, la parabola artistica di un pittore che seppe elaborare una via personale al naturalismo dei Carracci, prediligendo atmosfere silenziose, meditative e intensamente spirituali.
Cesi fu attivo negli stessi anni di Agostino, Annibale e Ludovico Carracci, ma scelse un linguaggio differente: figure immobili e solenni, colori nitidi, paesaggi essenziali. Una pittura che dialoga con la riforma della Chiesa post-tridentina e che, per rigore e contemplatività, anticipa per alcuni aspetti la classicità rarefatta di Guido Reni. La mostra ripercorre gli anni più felici della sua attività, tra il 1585 e il 1597, quando l’artista definisce una poetica stabile, oscillando tra ascendenze manieriste e aperture al naturalismo carraccesco. Il percorso espositivo si articola in cinque sezioni: formazione, ritratti, disegni, pale d’altare e committenze certosine.
La prima parte ricostruisce la formazione del pittore nella Bologna degli anni Settanta del Cinquecento, una città attraversata dalle spinte spirituali del cardinale Gabriele Paleotti, autore del Discorso sulle immagini sacre e profane (1582). In questo clima Cesi matura il proprio stile, inizialmente influenzato dal maestro Giovanni Francesco Bezzi, detto il Nosadella, e aperto agli esempi di Barocci e dei riformati senesi. Paleotti gli affida presto incarichi importanti, tra cui il ciclo decorativo della cattedrale di San Pietro, oggi in gran parte perduto, permettendogli di sperimentare tecniche e temi centrali della nuova narrativa sacra.
Una parte della mostra è dedicata ai ritratti, genere raro ma rivelatore della sensibilità dell’artista. Tra le opere presenti, spiccano il Ritratto di gentiluomo venticinquenne con la spada (1585 circa), il Ritratto di frate (1592) e il piccolo Ritratto di certosino, in cui lo sguardo assorto del monaco anticipa l’atmosfera contemplativa delle sue opere maggiori. In queste tele Cesi dimostra una sorprendente capacità di indagare l’interiorità, andando oltre la semplice descrizione fisiognomica.
Ampio spazio è riservato anche al disegno, pratica che Cesi coltiva con rigore, seguendo la lezione dei Carracci. Studi dal vero, figure avvolte in drappeggi, volti giovanili e prove preparatorie mostrano un metodo attento e disciplinato, capace di fondere influenze diverse, da Raffaello a Correggio, dal Manierismo toscano a Barocci. I fogli esposti testimoniano la centralità del disegno nella costruzione delle sue opere più importanti.
Il percorso entra poi nel cuore della produzione di Cesi, le pale d’altare. Qui l’artista osserva con attenzione le innovazioni dei Carracci, ma le rilegge secondo un’estetica più raccolta e meditativa, dove la dimensione mistica prevale sull’impatto realistico. È il caso del Crocifisso con i Santi Andrea, Pietro, Toma e Paolo, realizzato per la cappella Zini in San Martino Maggiore, opera che rivela una spiritualità intensa e interiorizzata, lontana dalla concretezza quotidiana tipica dei Carracci. La mostra valorizza anche alcuni importanti restauri, come quello della Madonna con il Bambino in gloria (1590 circa, San Giacomo Maggiore), resi possibili dal sostegno del Comune di Bologna.
Il punto più alto del percorso è rappresentato dalla pala Paleotti, la Madonna in gloria con i santi Benedetto, Giovanni Battista e Francesco, unanimemente considerata uno dei capolavori della pittura controriformata a Bologna. Qui la luce diventa protagonista, modulata in delicate variazioni argentee che costruiscono un paesaggio silenzioso e sospeso. Un’opera che colpì profondamente anche il giovane Guido Reni.
A partire dal 1593, Cesi intensifica il rapporto con la Certosa di San Girolamo, firmando uno dei cicli decorativi più importanti della Bologna controriformata. Le tre grandi tele ancora in loco, dedicate ai momenti culminanti della Passione di Cristo, mostrano un linguaggio fortemente spirituale, sostenuto da una potenza emotiva controllata e da una costruzione scenica rigorosa. Le figure dei monaci, silenziose e assortie, guidano lo spettatore in un percorso di meditazione che riflette la vita religiosa dell’ordine certosino.
In dialogo con queste opere, la mostra presenta due tele giovanili di Ludovico Carracci, la Flagellazione e il Cristo coronato di spine, realizzate per la stessa chiesa e caratterizzate da un realismo crudo e diretto, quasi opposto alla misura contemplativa di Cesi. Un confronto che restituisce la ricchezza e la complessità della scena artistica bolognese del tempo.
La visita è arricchita da un percorso dedicato sull’app MuseOn, con schede in italiano e inglese relative a 23 opere, e dalla ricostruzione in realtà virtuale del ciclo di Santa Maria dei Bulgari, distrutto durante la Seconda guerra mondiale. Accanto alla mostra, Fondazione Bologna Welcome propone tre itinerari tematici nella città per scoprire le opere di Cesi ancora conservate in chiese e palazzi.
Il progetto trova un ideale completamento nelle sale del Cinque e Seicento della Pinacoteca nazionale di Bologna, dove le opere di Cesi dialogano con i Carracci e con i loro predecessori, offrendo una lettura d’insieme dell’evoluzione della pittura bolognese fino alla stagione di Guido Reni.
La mostra è promossa da Comune di Bologna | Settore Musei Civici | Musei Civici d’Arte Antica, Comune di Bologna | Settore Biblioteche e Welfare culturale | Biblioteca comunale dell’Archiginnasio, Arcidiocesi di Bologna. Con la partecipazione di
Musei nazionali di Bologna - Direzione regionale Musei nazionali Emilia-Romagna.
ufficio stampa
Silvia Tonelli









