Dario Argento - The Exhibit (recensione)

All'interno del Museo Nazionale del Cinema di Torino in mostra le opere dark (e meno dark) del Maestro del brivido italiano

immagine rappresentativa della mostra con un coltello e del sangue
m&s - Dario Argento The Exhibit

Dario Argento. Cinema. Torino. In tre parole (di cui due nomi propri ed uno che dovrebbe esserlo) troviamo la summa della mostra "Dario Argento – The Exhibit" allestita, fino a gennaio 2023, all'interno del percorso espositivo del Museo Nazionale del Cinema di Torino, alla Mole Antonelliana.

Pur romano di nascita, il Maestro del Brivido ha da sempre sentito un legame profondo con il capoluogo piemontese e l'allestimento celebra sia il genio del Maestro che la scenografia a cielo aperto della città piemontese che ha fatto da sfondo a deliri e delitti di tanti suoi film. D'altra parte Torino è da sempre stata etichettata come città del mistero, dell'esoterismo per eccellenza: addirittura gli esperti l'hanno definita, insieme a Londra e a San Francisco, uno dei vertici del triangolo della magia nera. 

Tornando a Dario Argento, la mostra, che rispetta un inflessibile ordine cronologico dagli esordi de "L’uccello dalle piume di cristallo" del 1970 al suo ultimo lavoro "Occhiali neri" del 2022, è un'esperienza "immersiva": già di per sè la location – Il Museo del Cinema – con locandine, oggetti di scena e suoni, risulta coinvolgente. Se poi all'ambiente si unisce ciò che ha aiutato il Maestro del Brivido a creare la sua carriera, la sensazione di trovarsi alle spalle improvvisamente il pupazzo meccanico di "Profondo rosso" e di sentire nell'orecchio la colonna sonora dei Goblin è completa (almeno a dire della scrivente).

Con la propria colonna sonora nelle orecchie - per qualcuno potrebbe essere quella dei Goblin o di Keith Emerson, o magari di Ennio Morricone - si sale quindi la rampa espositiva della Mole per poter ammirare 44 oggetti di scena, 12 manifesti, locandine originali del Museo Nazionale del Cinema, bozzetti scenografici, creature meccaniche, fotografie inedite e 60 pannelli che ricostruiscono il percorso biografico ed artistico di Argento e molto altro. Di forte impatto i copioni con gli appunti scritti a mano dal reista (anche lo scarabocchio con il titolo che doveva avere inizialmente "Profondo Rosso") e i dieci costumi di alcuni dei suoi film, come ad esempio quello ricreato appositamente da Giorgio Armani, che aveva firmato gli abiti di Jennifer Connelly sul set di Phenomena (1985).

I pezzi esposti provengono dalle collezioni dello stesso Museo Nazionale del Cinema, del CSC – Centro Sperimentale di Cinematografia (Archivio fotografico della Cineteca Nazionale e Scuola Nazionale di Cinema) e di numerosi collezionisti privati, con importanti contributi da parte di professionisti del cinema quali Sergio Stivaletti, effettista di molti film di Argento (da Phenomena del 1985 in poi), Luigi Cozzi, stretto collaboratore di Argento fin dagli esordi, Franco Bellomo, Stefano Oggiano, Gabriele Farina, Roberto Attanasio e Carlo Rambaldi, uno dei più importanti artisti degli effetti speciali a livello mondiale. Non mancano inoltre tributi rivolti a registi molto amati (Lang e Hitchcock su tutti) così come riferimenti a dipinti, opere letterarie e oggetti di design.

Parte della trama di "Profondo rosso" si svolge nella piazza C.L.N di Torino davanti ad un bar che ricorda nell'immobilismo della clientela i dipinti di Edward Hopper così come in "Suspiria" l' inquietante architettura scenografica in cui muore il musicista cieco sono un chiaro rimando al simbolismo della piazza neoclassica di De Chirico e non solo da un punto di vista pittorico. Psicologia, simbolismo, visioni oniriche, relativismo della realtà nonché rovesciamenti dei punti di vista (la scienza si rivolge alla stregoneria e viceversa) sono temi ricorrenti che diventano citazioni in una forma di metacinema autoreferenziale.

Seppur quasi tutta la carriera del Maestro dell'Horror si sia concentrata su morte efferata, crudele e spesso sanguinaria c'è un'eccezione che i profani probabilmente non conoscono, ma che è ovviamente inserita nel percorso espositivo: si tratta della film a carattere storico "Le cinque giornate" con Adriano Celentano come protagonista e nel quale lo stesso Argento fa una comparsata. Il regista ha dichiarato di aver usato il film come pretesto per parlare del cosiddetto "Maggio francese" (i movimenti di rivolta verificatisi a Parigi tra il maggio ed il giugno del 1968).

Il pretesto sta a Dario Argento come il MacGuffin sta ad Alfred Hitchcock verrebbe da dire, considerato che ogni film è un modo per esprimere qualcosa di diverso da quello che lo spettatore vede: se nella mitologia esistevano Tre Parche e Tre Grazie dovevano esistere sicuramente Tre Dolori, ed ecco che nasce l'idea della trilogia delle Tre Madri – "Suspiria", "Inferno", "La terza Madre" ; "La famiglia è la radice di ogni male" (Fassbinder), ed ecco che nasce la protagonista di "Opera".

Daltronde, all'inaugurazione della Mostra, lo stesso Dario Argento, parafrasando il poeta Arthur Rimbaud, ha sostenuto che “l’io è un altro” e la stessa mostra pare un "pretesto", nell'accezione migliore del termine, per conoscerlo e conoscersi. “Io sono una specie di clandestino in questa mostra dove si rappresenta Dario Argento. Chissà chi è mai questo fantomatico personaggio, non credo di conoscerlo troppo bene. Faccio i film a suo nome, ma chi sia veramente, non lo so. Mi ispiro alle profondità dei miei sogni, all’arte, alla psicologia. Tutto questo mondo che vedo qui intorno, questo tributo così attento e totale m’impressiona. Torno indietro e forse certi film li comprendo meglio adesso, rivedendoli con voi”.

Per chi non fosse sazio delle sensazioni provate durante il percorso (da soli o in compagnia è assolutamente a discrezione del proprio sangue freddo) c'è la possibilità di scattarsi una foto vicino alla gigantografia di un coltello infilzato in una parte di pavimento sanguinante che separa due schermi su cui scorrono frammenti tratti dalle pellicole più celebri, un collage continuo di terrore, sangue, luci inquietanti, volti deformati, oppure decidere di compiere un ulteriore pellegrinaggio nei luoghi torinesi utilizzati come scenografie (magari non di sera tardi) considerato che Argento ha definito Torino “il luogo dove i miei incubi stanno meglio”. 

E quindi via, alla ricerca della Casa dell'Enigmista  in Via Vela, 12 o dell’Istituto di ricerche genetiche Terzi (Il gatto a nove code): la prima si trova in Via Vela, 12, mentre il secondo è, in realtà, il retro della GAM, la Galleria di Arte Moderna. Piazza Cln (che abbiamo già citato) ha fatto da sfondo a "Profondo Rosso" così come in Corso Giovanni Lanza, 57 si trova Villa Scott, la terrificante “villa del bambino urlante”.

Una curiosità: la villa era a suo tempo un collegio femminile diretto dalle monache dell’Ordine delle Suore della Redenzione, alle quali il regista offrì un mese di vacanza estiva a Rimini, per poter girare le scene necessarie al film. Il Teatro Carignano è stato usato per la scena del congresso di parapsicologia e poi per l'omicidio della ballerina in "Non ho sonno". Nello stesso film la discoteca si chiama Zoo: le scene vennero però girate nel Big Club di Corso Brescia e al pub Barbican, di piazza Vittorio Veneto. Così come il Cimitero Momumentale fa da sfondo alla ricerca della tomba di Bianca Merusi. Nel Giardino Lamarmora Argento girò "Quattro mosche di velluto blu" mentre nella Libreria La Bussola di Via Po si svolge un’importante scena del film "La terza Madre" così come all'Accademia delle Belle Arti e in una villa abbandonata in viale Thovez – conosciuta come Villa San Germano, ormai in rovina che divenne Villa Becker. Chissà che qualche curioso non riconosca altre ambientazioni.

DARIO ARGENTO - THE EXHIBIT

a cura di Domenico De Gaetano e Marcello Garofalo
coordinamento Claudia Gianetto
progetto esecutivo e direzione lavori Stefano Caselli
produzione esecutiva Susanna Bocchi, Carlotta Gruzza
progetto grafico e immagine guida Riccardo Bizziccari
foto immagine guida Franco Bellomo
organizzazione allestimento e logistica Sabrina Mezzano
con Paolo Bertuzzi, Claudia Bozzone, Leonardo Ferrante

Museo Nazionale del Cinema, Mole Antonelliana

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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