“Sento che il nostro problema oggi è soltanto uno: unirci. Radunare quello che resta di noi dopo il disastro, riempire i nostri cuori di propositi nobili”. Marc Chagall (discorso pronunciato al ricevimento del Comitato degli Scrittori e Artisti Ebrei a New York, organizzato in suo onore, 27 maggio 1947)
L'esposizione raccoglie 200 opere tra dipinti, disegni e incisioni, molti dei quali presentati per la prima volta in Italia, arricchite da due sale immersive dedicate a capolavori monumentali: il soffitto dell'Opéra di Parigi e le 12 vetrate della sinagoga di Hadassah a Gerusalemme.
La mostra propone un percorso espositivo di straordinaria intensità emotiva nel quale scoprire come Marc Chagall (Vitebsk, 1887 – Saint–Paul de Vence, 1985) abbia mantenuto viva la memoria della sua terra natale, della tradizione e degli affetti, proiettandoli sempre verso nuovi orizzonti espressivi. Attraverso il tema del doppio – volti scissi, profili moltiplicati, ritratti specchiati – l'artista rivela la dualità dell'esistenza umana. Amanti volanti, animali parlanti e bouquet esplosivi diventano, trascendendo il visibile, metafore universali.
L'universo di Chagall
Chagall trasforma l'esperienza personale in riflessione condivisa, svelando come dietro l'apparente semplicità delle sue creazioni si celino temi che toccano ogni essere umano: l'identità, l'esilio, la spiritualità e la gioia di vivere. In un'epoca di frammentazione, la sua opera ricorda che l'arte può essere ponte tra mondi diversi, sintesi di tradizioni apparentemente inconciliabili, specchio fedele delle aspirazioni e contraddizioni dell'umanità.
Nato in una comunità ebraica russa, Chagall trasformò gli elementi di quel mondo in un vocabolario visivo inconfondibile: i profili delle città con le cupole ortodosse, le casette di legno, i rabbini e i musicisti sui tetti. "Il paese che ho nell'anima": così definì Vitebsk, sottolineando un legame che andava oltre la nostalgia. Anche dopo il distacco dalla Russia nel 1922, mantenne: "Non mi sono mai separato dalla mia terra, la mia arte non può vivere senza di essa".
Dalle radici russe a Parigi
La commissione de Le Favole di La Fontaine segnò per Chagall un momento di straordinario riconoscimento sulla scena parigina. Nelle sue tele parigine degli anni Cinquanta, la Tour Eiffel, Notre–Dame e l'Opéra diventano simboli affettivi, forme essenziali che emergono in atmosfere costruite dalla luce più che dalla prospettiva. Parigi non è semplice rappresentazione topografica, ma città interiore e simbolo universale.
Quando nel 1960 il sindaco di Nizza gli chiese un manifesto per promuovere la città, Chagall propose dodici gouache preparatori, successivamente trasformati in litografie. Il trasferimento nel Sud della Francia nel 1950 segnò un'evoluzione profonda del suo linguaggio, plasmato dalla luce e dal calore mediterraneo.
Il testimone della storia
Dipinti come Exodus (1948) mostrano come Chagall utilizzasse i racconti biblici per interpretare eventi contemporanei. L'opera sovrappone l'Esodo biblico dall'Egitto e la fuga degli ebrei europei dalle persecuzioni naziste, trasformando la cronaca in mito universale. La struttura verticale dell'imbarcazione richiama un'arca medievale, con una grande croce al centro che simboleggia la sofferenza universale, unendo iconografia cristiana e memoria ebraica.
Nel 1949, al ritorno dall'esilio americano, Chagall dipinge La Pace. Una colomba bianca porta un libro sulle cui pagine si leggono "La Vie" e "La Paix". Per Chagall la vita e la pace erano inscindibili. In basso, un uomo e una donna simboleggiano l'amore, mentre sullo sfondo i tetti e la cupola della sinagoga evocano la sua amata Vitebsk.
La mostra è prodotta e organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e Arthemisia, in collaborazione con il Comune di Ferrara, con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna. È curata da Francesca Villanti con Paul Schneiter. Il catalogo è edito da Moebius.









