Vivian Maier Anthology (recensione)

Un percorso espositivo che porta alla luce dettagli e caratteristiche della (photo) street artist Vivian Maier 

Vivian Maier Anthology
m&s - Vivian Maier Anthology (foto © media & sipario)

Ne eravamo già a conoscenza (vedi Vivian Maier. La fotografa ritrovata), ma il porsi davanti agli scatti di Vivian Maier  - nell’occasione della mostra Vivian Maier Anthology di Palazzo Pallavicini a Bologna – rende sempre più incredibile pensare come l’enorme bagaglio fotografico e culturale di questa donna possa essere rimasto sepolto per anni prima di prendere quella luce che già impressionava la pellicola usata dall’artista per tanti – forse troppi – anni relegata nell’etichetta di street artist.

Certamente catalogarla all’interno di un solo “contenitore artistico” potrebbe risultare, dopo le numerose mostre derivanti da studi approfonditi, non solo sulle pellicole e sui negativi, ma anche sulla sua vita e sulle sue conoscenze, estremamente riduttivo. Sarebbe come richiudere la porta di quel box che John Mallof si aggiudicò all’asta nel 2007 e dentro al quale venne recuperata l’immensa eredità di una donna dai molteplici interessi e dallo sguardo realistico ma velato ancora di sogno e fanciullezza.
Non si spiegano altrimenti gli scatti ai bambini che guardano al loro essere disincantato e contemporaneamente al loro guardare incantato il mondo.

Nata a New York nel 1926 da padre austro-ungarico e madre francese la Maier comincia a scattare proprio nel paese natio della madre che riscopre dopo essersi separata dal marito e padre della giovane Vivian. Dopo aver imparato in maniera autonoma i rudimenti della fotografia, tornata a New York e poi a Chicago, lavora come tata per diverse famiglie. E’ qui che sviluppa quell’occhio all’infanzia che dà vita alla prima della sezioni in mostra, dal titolo omonimo. Sezioni che continuano, come è solito nell’ambito museale bolognese, in un percorso per raccontare un’artista nelle sfaccettature forse anche sconosciute ai più, rivelando la parte più “colorata” della sua vita.

Nell’area dedicata ai “Ritratti” fotografie di donne, anziani ed indigenti. Sono un chiaro segnale delle differenze emotive ed emozionali che trasmettevano i soggetti e che lei voleva catturare ponendo l’accento sulla differenza tra soggetto “studiato” e “rubato”. Le immagini che ritraggono vagabondi o umili lavoratori sono fatte in modo da mantenere una distanza “dignitosa” mentre quelle scattate a soggetti più agiati sembrano introdursi a forza nel loro spazio vitale. 

Un introdursi che si recepisce, seppur in maniera differente, anche nella sezione “Foto di Strada”: immagini della moltitudine anonima nelle strade, le sue incongruenze, le differenze nelle persone, vestiti, gesti e posture. Una sorta di teatro sul cui palco si muovevano attori inconsapevoli della luce che dalla Rolleiflex dell’artista usciva per illuminarli come un occhio di bue sul primo attore. Un dettaglio, un gesto, diventava per la Maier una storia da cogliere e raccontare come narratrice di strada. Forme: fotografava persone, scene di strada, oggetti, paesaggi. Eppure quanto più la finalizzazione era il gesto a far scaturire l’opera d’arte come novella Ives Klein che imprigionava la concettualità nella performance stessa.

Quasi superfluo parlare della sezione dedicata agli “Autoritratti” che compongono da sempre un segno particolare della sua poetica. E’ però nel “Colore” che troviamo un’artista a noi quasi sconosciuta. Nel 1965 cominciò a sperimentare il colore accompagnando questa novità con il passaggio dalla Rolleiflex alla Leica che, complice l’obbiettivo all’altezza dell’occhio, cambiò anche il suo modo di vedere il soggetto, anzi rafforzò il contatto visivo con le persone che fotografava. Il risultato sono immagini singolari, libere e giocose. La Maier si diverte con la realtà attraverso la macchina fotografica, e come una bambina si meraviglia, s’interroga e sperimenta la nuova tecnologia, affascinata e affascinante.

La mostra è organizzata e realizzata da Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci di Pallavicini srl, con la curatela di Anne Morin di diChroma photography sulla base delle foto dell’archivio Maloof Collection e della Howard Greenberg Gallery di New York.

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
Change privacy settings