Molte se l’è portate a letto, spesso senza gloria e senza storia, tranne alcune, come Corinna, che gli fece perdere la testa per tre anni. Altre: Manon, Mimì, Musetta, Tosca, Cio Cio San, Turandot e Liù le ha invece amate e scolpite con la sua musica rendendole eterne.
Le vere donne di Puccini sono loro, riapparse in musica e parole grazie ai fratelli Aurelio e Paolo Pollice che, con la complicità del gran coda Fazioli, hanno raccontato vita, morte e melodie del Gran Maestro di Lucca, dense di rimpianti, disperazione, speranza, allegria, sensualità, illusione, amore.
Da Manon Lescaut a La bohème, Tosca, Madama Butterfly e Turandot. Una galoppata a quattro mani dal 1893 al 1924 sull’asse Parigi, Roma, Nagasaki e Pechino, che ha convinto i melomani più irriducibili ad accogliere con indulgenza le trascrizioni operistiche in tastiera, specialmente se a metterci le mani sono due eccellenze come i fratelli Pollice. Non è stato facile, considerando le insidie degli spartiti - peraltro chiosati da puntigliose annotazioni di Puccini - ricchi di intensità e sfumature da risolvere all’istante fra tasti e pedale. “Sulla tastiera siamo più liberi di gestire le note senza le costrizioni del libretto”, ci ha confidato Paolo.
La prima “eroina” è Manon Lescaut che per amore lascia l’alcova dorata del vecchio Geronte per seguire Des Grieux (In quelle trine morbide), ma viene arrestata per furto e adulterio e tradotta in America con un manipolo di prostitute. Laggiù in una landa deserta muore disperata accanto al suo amore (Sola, perduta, abbandonata) in un finale trascendentale, avvolta solo da un filo di musica.
Ricordi e “dolce dormire” anche per Mimì che ne La bohéme si spegne tra le braccia di Rodolfo con lo sguardo rivolto alle lunghe giornate in soffitta in attesa delle “Primavere” (Sì mi chiamano Mimi). Una soffitta fredda, con la stufa spenta del tutto simile a quella di Via Solferino 27 a Milano (con il pianoforte al posto del cavalletto), dove Puccini visse con Elvira Bonturi, condividendo come fanno i giovani innamorati speranze e chimere. L’amore tra Mimì e Rodolfo, pur segnato da compromessi, malintesi e momentanei addii, ha avuto il dolce sapore della spensieratezza e dei “castelli in aria”, eterno viatico dei bohemiens. I fratelli Pollice hanno scandito con potenza emotiva il triste dialogo tra i due amanti (Donde lieta uscì), al freddo della barriera d’Enfer. Diverso l’umore e l’amore di Musetta al Cafè Momus (Quando m’en vo’): leggera, civetta, imprevedibile, dopo tutto buona. Per star dietro alle sue voluttà, Aurelio&Paolo hanno dovuto far tesoro di tutto il loro bagaglio di saperi e mestiere.
Tosca tutta chiesa e sesso, gelosa e possessiva, una tigre, costringe Mario ad amorevoli performance (Non la sospiri la nostra casetta), tracciate in tastiera da vivaci daccapo, finché non deve fare i conti con Scarpia, bigotto, satiro, libertino, lascivo. Nel Vissi d’arte se la prende con il Signore Iddio che l’ha abbandonata di fronte al suo tiranno (Perché me ne remuneri così?). I due artisti per colori ed acuti hanno sapientemente aderito al sottile desiderio di Puccini di evocare le atmosfere della Roma papalina, compresi i profumi dell’incenso.
E poi Madama Butterfly (fiasco alla “prima” della Scala), un salto vertiginoso e senza rete, grazie alla fiducia nel "gran coda". Le certezze disarmanti di Cio Cio San (Un bel dì vedremo) e la gioia per il ritorno di Pinkerton durano il tempo di una notte, cullata dal sussurro dei pescatori (Coro a bocca chiusa), un lamento interiore, muto. Butterfly ha esaurito ogni parola e veglia in attesa e in silenzio. Ha dato tutto, la sua religione, la sua cultura, il suo modo di essere donna, un figlio con gli occhi azzurri. Il paragone con Elvira è sottile. Anche lei lasciò tutto per seguire Puccini a Milano, compresi il marito e il figlio Antonio. Qui la quattro mani hanno duettato in sintonia, con equilibrio d’alta classe. Paolo per l’impossibilità di tenere le note, ha dovuto pigiare sui tasti gravi, mentre Aurelio alla sua destra gli contrapponeva soavi reminiscenze musicali. Il triste risveglio col figlio tra le braccia si tinge di palpiti drammatici e materni (Tu, tu, piccolo Iddio), prima dell’inevitabile harakiri, preludio di un incalzare veemente di accordi ad evocare il sibilo mortale della spada su cui si trafigge.
Infine Turandot, l’opera del mistero. Da una parte la principessa gelida e sprezzante che, sicura di sé, gode nel fare le tre domande mortali a Calaf (Straniero ascolta). Le risposte: la speranza, il sangue e Turandot sembrano impossibili, ma s’avverano (Il mio fuoco ti sgela). Dall’altra Liù (Tu che di gel sei cinta) su cui si spegne l’ultima scintilla musicale di Puccini. Al termine dell’aria la giovane schiava si conficca il pugnale nel petto, mentre il Maestro muore in una clinica di Bruxelles. Era il 1924.
Dopo gli applausi del pubblico raccolto come in preghiera nella chiesa che ha ospitato il concerto, Paolo Pollice (scuola Antonio Ballista) aggiunge: “Ho voluto raccontare tra un brano e l’altro alcune vicende personali di Puccini, poiché s’innestano nella sua vita di artista, come il mistero di Dora Manfredi vittima della feroce gelosia di Elvira. Lei è Turandot, Liù è Doria. Con mio fratello Aurelio (scuola Sergio Perticaroli) ci siamo appassionati a trascrivere le note al pianoforte, rimarcando i ripetuti richiami che sono il sale della sua musica”.
Nei bis finali sono coinvolti anche due uomini di Puccini. Mario Cavaradossi (E lucean le stelle) è fragile e viene sconfitto da Scarpia. Calaf (Nessun dorma) è temerario e mette in gioco la sua vita per tre volte, sapendo di vincere. Il suo grido a squarcia gola Vincerò, che vuol dire tutto e tanto, stimola anche noi a metterci in gioco.






