I Colori del buio in tour (recensione)

Concerto all'aperto con minaccia di pioggia e nuvole che si dissolvono: anche le gocce volevano ascoltare?

Roberto Vecchioni festeggerà i 69 anni tra pochi giorni, è nato il 23 giugno del 1943, una carriera artistica iniziata alla fine degli anni '60, dischi a partire dal 1971, riconoscimenti di ogni genere, festival vari, parallelamente l'insegnamento liceale prima e universitario ora (a Pavia). Questa in estrema sintesi la presentazione di uno tra i migliori autori della canzone italiana, ancora in attività, ancora con voglia di raccontare e raccontarsi. Lo abbiamo incontrato prima del concerto per un breve scambio di battute informali, più che un'intervista una sorta di nostro benvenuto all'artista, al conoscente che periodicamente passa a salutare a modo suo: dal palco, cantando.

Sostenuto da una band di 9 elementi (comprensivi di 3 "archi"), tra cui doverosa menzione affettiva a Lucio - "violino", ma anche chitarre - Fabbri, Roberto Vecchioni ha intrattenuto il pubblico, ha raccontato le sue emozioni non solo con la musica, ma anche con le parole, dimostrando, ma è un dato di fatto, di trovarsi a proprio agio con più strumenti di comunicazione, ma non dobbiamo mai dimenticarci che è un insegnante.

Il concerto inizia con "Sogna ragazzo sogna" del 1999, si torna indietro con "Dentro gli occhi" del 1982, per poi approdare alla recente "Mi porterò" del 2011. Continui salti temporali nella quarantennale carriera di questo grande autore: "Ninni" 1978, "La mia ragazza" 1985, "Viola d'inverno" 2002, "Il suonatore stanco" e "Figlia" del 1976.

Il pubblico è principalmente adulto, di quello che canta sottovoce per non disturbare, che si emoziona e partecipa e, come spesso succede quando l'artista ha veramente valore, associa l'ascolto a un ricordo e un gesto d'affetto, poco importa se il destinatario sia compagno, figlio o semplicemente amico. Ed è incredibile come i testi dei brani non siano assolutamente datati, come rimangano attuali anche dopo trent'anni, come abbiano ancora molto da dire.

Malgrado le migliaia di persone che saturano ogni spazio libero sulla piazza e ne affollano anche le vie laterali, il concerto si trasforma in un rapporto intimo tra artista e singolo spettatore, cui manca solamente l'impossibile piacere di quattro chiacchiere seduti assieme al tavolo di un bar davanti a un caffè, per essere veramente perfetto, una piacevolissima e moderna interpretazione dello chansonnier francese in terra italiana.

La pioggia inizialmente minacciata prova a spezzare il rapporto, ma viene liquidata in maniera molto semplicistica: "casomai ci fermiamo e poi continuiamo più tardi". Lo staff tecnico, già pronto a coprire gli strumenti, si può rilassare e fermarsi, come la pioggia. E le nubi non trovano meglio da fare che iniziare a diradarsi. Si arriva quindi velocemente, sempre con continui salti artistici temporali, alle due ore di musica e parole.

L'ultimo pezzo è "Chiamami amore", la canzone che gli ha permesso di vincere il Festival di Sanremo, portandolo all'attenzione di un pubblico troppo giovane per averlo seguito in precedenza. Pochi minuti di pausa e si ritorna per l'immancabile e richiesto bis. Si parte con "El bandolero stanco" del 1997, poi l'ovazione che accompagna le prime note del pianoforte e "Luci a San Siro" (1971) si diffonde su tutta la piazza.

C'è spazio per un ultimo brano che non può non essere che quella "Samarcanda" che, dal 1977, accompagna e contraddistingue la carriera artistica di Roberto Vecchioni e il piacere dell'ascolto del suo pubblico. Il concerto si chiude così e non poteva essere diversamente. L'artista saluta e ringrazia, il pubblico fa lo stesso. Più e più persone attorno a noi gridano "Grazie Roberto". La musica, quando non è solo mestiere, provoca anche queste reazioni.

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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