Nel 2007 media & sipario non esisteva, ma non per questo chi ne fa parte oggi come allora non andava ai concerti, solo non ne se riportava le sensazioni pubblicamente. Mai avremmo pensato che per una recensione ci sarebbero voluti 13 anni, e sì che scriviamo lentamente.
Se proviamo un sondaggio fra lettori, colleghi e amici, riteniamo sia difficile trovarne tanti che non fossero a Roma il 14 luglio 2007, assieme ad altri 499.998 (due eravamo noi!) assiepati al Circo Massimo per "When in Rome", quando ancora non sapevamo che quella sarebbe stata l'ultima tournée mondiale della più celebre band del progressive ancora in attività con i 3/5 della formazione originale e maggiormente acclarata.
Perché ne parliamo ora, a distanza di 13 anni? Perché tra le scarsissime conseguenze positive alla pandemia causata dal Covid-19 e proprio se le cerchiamo, è degna di nota l'apertura dei cordoni video del canale YouTube dei Genesis (ma non lo hanno fatto solo loro, basta farsi un giro su quello dei "cugini" imperatori galattici dello psichedelico), con la messa in visione gratuita di questo e di molti altri contributi di una carriera veramente impressionante. L'aspetto per noi più divertente di questo concerto è che eravamo lì e non ci sembra sia poi passato così tanto tempo. Ricostruiamo i nostri ricordi, con la complicità anche del ritrovamento di alcuni scatti personali a testimonianza dell'evento (come amiamo dire l'archivio nasconde ma non ruba, mai).
Arriviamo al Circo Massimo non proprio nella prima metà del pomeriggio, a Roma in estate il sole picchia e vogliamo evitare l'insolazione. Perché è sicuramente importante poter dire "io c'ero", meno "io c'ero sotto il palco" e preferiamo per prudenza mantenerci lontani da "io c'ero ma stramazzato dentro un'ambulanza". Detto questo, non riusciamo (lo avevamo messo in conto) a conquistare una posizione nei primi 100/200 metri, ma la dimensione del palco e l'architettura al servizio dello spettacolo permettono la visione da dovunque, anche dalle comode "tribune" laterali.
Scartiamo a priori la probabile comodità, perché bisogna stare in mezzo agli altri, perché così vanno vissuti i grandi eventi della propria vita musicale. In ogni caso coloro che sono riusciti a stare entro i 50 metri dal palco sono arrivati la mattina presto e non sono pochi quelli che, complice la temperatura, si sono accampati (letteralmente) dalla sera prima. Folla etereogenea, rappresentazione di ogni età e ceto sociale, tantissimi i giovani e giovanissimi, spesso nuclei familiari interi in rappresentanza di tutte le generazioni (nonni, padri e figli). Ma non potrebbe essere diversamente da così.
Doppia batteria sul palco ovviamente, a destra, per noi che guardiamo c'è Phil Collins e a sinistra Chester Thompson. Sempre sulla destra le tastiere di Tony Banks, fronte a noi un elegante Mike Rutherford in giacca (e basso), con vicino Daryl Stuermer alla chitarra (improponibile e vergognoso sarebbe definirlo un "turnista"). E' questa la formazione che da ora in poi ci renderà le prossime 2 ore e mezza un ricordo indelebile.
Dopo una lunga (applaudita e cantata da tutto il pubblico, che così farà per tutta la serata) introduzione da "Duke" (1980), un album che gli autodefinitisi "puristi" dovrebbero riascoltare prima di pontificare sciocchezze, Phil Collins si porta avanti sul palco con un foglio che ci mostra, dicendoci che è "in italiano". Applauso. "Noi siamo i Genesis", di nuovo l'applauso, anche se vorremmo fargli educatamente notare che se loro non fossero i Genesis, noi probabilmente non staremmo qui in mezzo milione. "E' un posto molto speciale, siete un pubblico molto speciale e allora è una serata molto speciale", così termina la prima presentazione in italiano. Tutti - Phil Collins e il pubblico - fotografano tutti e con l'apparizione di un enorme orologio proiettato sul videowall si viene in avanti con "No Son of Mine", dall'ultimo disco in studio con Phil Collins (We Can't Dance, 1991), prima del tentativo non propriamente riuscito di sostituirlo con Ray Wilson. Spostandoci di genere, è quello che è successo al povero George Lazemby dopo Sean Connery, una missione veramente impossibile (anche se l'attore c'ha messo del suo per non rimanere).
Con 14 album in studio da cui attingere, la scaletta di una serata è sempre un problema: cosa riuscire a mettere per dare una corretta rappresentanza di circa 40 anni di carriera? Rivedendolo oggi, comodamente dal computer (collegato all'impianto Hi-Fi), apprezziamo il grande lavoro tecnico e la cura profusa in "When in Rome". Gli aspetti del "dopo" vanno a miscelarsi all'affetto e alle sensazioni del vissuto "live", accrescendo il ricordo sentimentale per quello che non potremo considerare come un semplice concerto, anche perché ci rappresentava un'altra età. Emozioni che chi non ama la musica probabilmente non riuscirà mai a comprendere (ma il problema è tutto il suo).
Il concerto è terminato e in faccia abbiamo la stessa espressione (da bimbo felice) che ricordiamo in quella calda sera di luglio. Abbiamo sicuramente il tempo, prima che il video venga tolto, di rivederlo almeno altre 3/4 volte. Poi, rimane sempre il dvd (che ovviamente abbiamo), ma così è veramente un'altra cosa. Siamo tornati indietro di 13 anni e siamo a Roma, a cantare (noi male), con gli occhi chiusi, in una sorta di abbraccio collettivo dove la musica è al centro di tutta la vita, almeno per due ore o poco più. Grazie Genesis e grazie ai tanti altri artisti che hanno reso e rendono tutto questo sempre possibile.









