Caparezza: Prisoner 709 Tour

Applaudito e partecipato giro d'Italia musicale di uno show interessante e godibile anche per chi non ama particolarmente il rap

Caparezza in concerto
m&s - Caparezza in concerto, Prisoner 709 Tour (foto © media & sipario)

La dimensione del palco potrebbe ospitare con tutta tranquillità una palazzina quadrifamigliare e avanzerebbe anche lo spazio per i box auto. Al centro c'è la classica "T" che consente a chi si esibisce di avanzare verso chi, pazientemente, da ore si è "accampato" davanti alla barriera protettiva per non perdersi nulla della serata. Dovunque zainetti e bottiglie d'acqua. Il contatore visite del tour di Michele Salvemini - aka Caparezza - ha già abbondantemente superato i 5 zeri e anche questa tappa laziale (a Fabrica di Roma, in provincia di Viterbo), a giudicare da quello che vediamo attorno a noi, si presterà ad aggiungere qualche altro migliaio di numeri, come per altro previsto.

Si fa buio sul palco, gli imponenti videowall vengono messi in funzione e i cyborg-ballerini danno il via al concerto tra l'entusiasmo dei presenti. Da un box centrale escono i musicisti, anche loro in maschera, che raggiungono le proprie posizioni. La band che accompagna il tour ha una struttura molto semplice: due coriste e quattro elementi con basso, chitarra, tastiere e batteria, tutto il resto immaginiamo sia campionato. Quando sono tutti al proprio posto esce dallo stesso box il protagonista, acclamato e accompagnato da un'ovvia ovazione. Caparezza, apparentemente compiaciuto (o è questo quello che ha voluto trasmetterci), si attarda ad osservare il pubblico che gli tributa qualsiasi forma di apprezzamento gestuale e vocale. Lo show può quindi avere inizio.

Solo accettando la finzione / Noi, ritroveremo l'umanità / Io sono finto / L'universo è finto / Ed è meglio finto / È più bello finto / È più vero finto. "L'infinito" di Caparezza perde una "i", modifica il suo significato, ma mantiene la stessa struggente malinconia di quello leopardiano, anche se varia in maniera importante il numero di battute per minuto. Ed è probabilmente questa fortissima attenzione al testo uno dei motivi del successo che l'artista pugliese ha potuto e saputo conquistarsi in un ambiente così complesso e così difficilmente declinabile nella lingua italiana. In questo momento il rap gode di buonissima salute e popolarità, anche se non mancano aberrazioni - come in ogni altra forma di comunicazione sociale - che tolgono a questo genere musicale quella dignità che analisi più attente e meno superficiali, specialmente in lingua inglese, giustamente gli attribuiscono.

Caparezza è invece tra coloro (e sono pochi) che riesce ad unire testi di grande qualità ed accuratezza (basta leggerli) ad uno spettacolo dal vivo che richiama alla memoria gli show degli artisti di oltreoceano, con cambi continui di costumi, scenografie imponenti e suggestive, effetti luminosi e sonori, coreografie e tutto quello che serve a rendere uno spettacolo esattamente quello che dovrebbe essere, nel momento in cui si chiede come contropartita il costo di un biglietto. I presenti partecipano con molto piacere all'avventuroso viaggio della loro Alice di sesso maschile e dalla enorme capigliatura scura, tolte queste fondamentali - ma nemmeno più di tanto - differenze, si assiste, attraverso la sequenza delle canzoni, ad una serie di incontri in musica e in parola, che seguono l'evoluzione immaginifica del suo creatore, un quarantacinquenne in pantaloncini corti (Angus Young ne ha 63!) che avverte il fastidio del proprio disagio personale (Io sono il disco non chi lo canta, sto in una gabbia e mi avvilisco) ed ha come unica valvola di resistenza quella di dichiararlo pubblicamente, anche a chi non è in grado di capirlo, o non ha interesse a farlo. Altri artisti, che hanno sofferto di analoghi problemi, hanno invece deciso di erigere un "muro", ma il risultato non cambia. 

Il pubblico, nella maggior parte dei casi, è qui per un puro divertimento, per cantare e saltare, lasciare fuori i propri problemi, senza caricarsi di quelli degli altri, anche se si tratta del proprio idolo. Ed ottiene anche questo, perché innegabilmente c'è, non in forma predominante, ma correttamente bilanciata con tutto il resto. In fin dei conti quanti tra loro erano già nati nel 1968? Sicuramente pochi. Ancora meno conoscono l'esistenza di Jimi Hendrix e della (Fender) Stratocaster (La rivoluzione del sessintutto). Così come si apprezza il ritmo electro-folk di Vieni a Ballare in Puglia, dimenticando le conseguenze ambientali (Qua ti vengono pois più rossi di Milva e dopo assomigli alla Pimpa / Turista tu balli e tu canti, io conto i defunti di questo paese. Dove quei furbi che fanno le imprese, no non badano a spese, pensano che il protocollo di Kyoto sia un film erotico giapponese) o lo sfruttamento della povera gente (Vieni a ballare compare nei campi di pomodori dove la mafia schiavizza i lavoratori, e se ti ribelli vai fuori. Rumeni ammassati nei bugigattoli come pelati in barattoli. Costretti a subire i ricatti di uomini grandi ma come coriandoli). 

Grande merito della visione artistica caparezziana quello di dare ad ognuno quello che singolarmente si desidera, soddisfacendo completamente le attese dei fan che, ovviamente, sopravanzano le sue. Per quanto lo riguarda ci sarà, speriamo, tempo e modo per esorcizzare i tanti demoni, ma anche, gli auguriamo, di costruirsene di nuovi. Perché prima o poi, quando uscirà dal suo tunnel, non è detto che quello che troverà fuori gli possa ancora piacere e lo possa divertire. L'importante è non tornare sui propri passi o di farlo almeno in forma consapevole.

Luciano Lattanzi

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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