Prima dei Marillion sale sul palco britannico del locale che ne ospita il concerto, con la massima puntualità (i concerti britannici sono normalmente scanditi dal rispetto maniacale degli orari comunicati), Chantel McGregor, interessantissima blues rocker in stile Sandie Show. Non come musica logicamente, ma in virtù del fatto di stare in scena a piedi nudi... tutto questo in mezzo alla normale confusione di cavetteria e pedaliere di un allestimento rock. Struttura classica a tre musicisti: batteria, basso e chitarra più canto.
È sicuramente brava e raccoglie applausi e apprezzamenti lusinghieri, suscita anche il paragone con un altro grande, forse il più grande del passato, Jimi Hendrix, ma probabilmente i due premi ottenuti al British Blues Awards nel 2011 e nel 2012 non sono per caso. I 45 minuti di Chantel scorrono velocemente, annuncia l'ultima canzone con qualche disappunto da parte del pubblico. Rapido, per la mole dei cambiamenti da effettuare, il cambio palco e alle 20:45 si fa nuovamente buio in sala.
Sale la musica e l'entusiasmo di tutto il pubblico, stretto nella piccola sala, il concerto è da tempo sold out. I primi ad uscire sono Mark Kelly, tastiere, e Ian Mosley, batteria. Poi le corde: Steve Rothery, chitarra, e Pete Trewavas, basso (vedi Pete Trewavas, non pensavamo che "Script" sarebbe stato così importante per noi). Infine Steve Hogarth che immediatamente si siede sul bordo palco per il primo brano. La distanza che lo separa dal pubblico è comunque inferiore ai 2 metri.
Gli album maggiormente proposti sono "Holydays in Eden" e, logicamente, il nuovissimo "Sound that can't be made", che Hogarth annuncia acquistabile immediatamente, economico e con il gadget del "sudore" del gruppo. Il taglio della serata è maggiormente indie e non new progressive, ma chi ha così tanto da raccontare in musica - 30 anni di carriera e circa 60 pubblicazioni fra album in studio, live e video - deve ovviamente fare una scelta "stringente" sul repertorio.
Si gioca e si scherza molto, senza però dimenticare mai di fare grande musica. Steve Rothery è assolutamente imperturbabile, mai scomposto, qualsiasi fraseggio debba far uscire dalle sue chitarre. Vista la vocazione culturale della città che ci ospita, potresti tranquillamente immaginartelo come pacato docente in un college, piuttosto che virtuoso musicista rock. I suoi compagni non sono da meno. Nessuno sopra gli altri, perché tutti eccellenti.
"The Great Escape", dall'album del 1997 "Brave" è l'ultimo pezzo previsto dalla scaletta, prima dei due bis. Alle 11 in punto è prevista la chiusura del concerto. Il gruppo esce e torna poco dopo indietro ed esegue "A Few Words for The Dead", da "Radiation" del 1998. Nuovo break e si ritorna sul palco per il secondo bis dedicato agli anni di Fish (il precedente cantante dei Marillion, artefice secondo parte della critica del suono new progressive della band, ndr), "Sugar Mice" da "Clutching at Straws" del 1987 e la fantastica "Garden Party", dal primo album "A Script for a Jester's Tear" del 1983 chiudono la serata con la piena soddisfazione di tutti.
La band lascia il palco, i tecnici del locale cominciano immediatamente a smontare la strumentazione. C'è tutto il tempo per rilassarsi, affacciarsi al merchandising e prendere al bar un'ulteriore pinta di birra. Siamo qui e non possiamo esimerci.








