Alex Britti: In nome dell'amore (recensione)

Tutti non pazzi per Mary, ma per Alex Britti e per il suo In nome dell’amore, ultimo album e titolo del tour

E tutti già presenti, dal tardo pomeriggio, al concerto dell'artista, dichiarato pop per necessità, ma chitarrista per volontà. C'è da ingannare l'attesa, il concerto non inizierà che tra alcune ore e, come ci capita spesso, indugiamo con lo sguardo attorno a noi, incuriositi di "studiare" chi decide di approcciare a un evento dal vivo.

La serata è con ingresso gratuito e di conseguenza il pubblico è abbastanza eterogeneo. Troviamo famiglie con figli (in funzione dell'età i genitori non avevano possibilità di affidarli e di conseguenza sono con loro); fidanzatini che potrebbero aver avuto le canzoni di Britti nella colonna sonora del proprio device quando si sono conosciuti; la signora che cerca di tenere il posto davanti al palco "per vedere bene" e, ben organizzatam si siede su un seggiolino pieghevole che verrà riposto nel momento in cui la folla si farà più avanti. Le invidiamo la perfetta organizzazione. E soprattutto abbiamo lo zoccolo duro dei fa, quelli arrivati da chissà dove appositamente per Britti, più o meno tutti quarantenni. Poi ci sono coloro, che non mancano mai, che non volevano rimanere chiusi in casa in una calda sera di agosto.

Eppure, appena Alex Britti sale sul palco, si capisce che la "piazza", nell'accezione di pubblico, è in realtà composta in numero maggiore da suoi fan. Lo si capisce dal boato che accoglie il primo brano in scaletta, "In nome dell'amore", canzone che dà nome al tour. "Il silenzio è mio amico / e ci vado anche d'accordo / non lo rompo inutilmente..." e Britti rimane fedele al testo della sua canzone conversando poco con gli spettatori, non per carattere scontroso, quanto per una sua dichiarata preferenza nel far parlare le canzoni e soprattutto le corde delle sue (numerose) chitarre.

"Gelido" (1998), "Prendere o lasciare" (2005), "Fino al giorno che respiro" (2013), "E basta" (2017). I brani scorrono velocemente tra le dita di Britti, fino all'introduzione di "Come chiedi scusa". Da questo momento in poi, il chitarrista/cantautore comincia - forse anche sentendo la risposta del "suo" pubblico - a presentare ogni brano, "infilando" una scelta di canzoni che rivelano, anche all'orecchio "meno attento" al genere, lo stile dei testi, contraddistinto da un curato gusto melanconico. Da "Immaturi" allo "Zingaro felice", fino all'immancabile e cantatissima "Una su 1.000.000".

Da "Jazz" il concerto subisce la sua seconda mutazione: la strada più melodica lascia il posto ad arrangiamenti più aggressivi, che mettono in luce l'essenza del chitarrista prima che quella del cantante pop. Si avverte, potente, la voglia di sostituire la chitarra classica con quella elettrica e la band, tutta composta da eccellenti musicisti, lavora perfettamente allo stesso scopo.

Alex Britti si sottrae, dopo averne dato contezza al pubblico, al teatrino del "bis", proseguendo velocemente nella interessante e più convincente "deriva" blues-rock. Se ci dovessimo limitare alla semplice recensione, probabilmente la chiuderemmo con questa ultima considerazione. Ma vogliamo unirci alla folla che riempe la piazza, diventata per una sera quella "Vasca" cantata da Britti nel 2000, "talmente piena che non ci si può più stare..."

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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