Avviso: questo articolo non può (e non vuole) essere una semplice e distante recensione di un concerto, perché se inizi ad ascoltare i Jethro Tull negli anni '70 e vai a vedere Ian Anderson nel 2018, non può essere per un semplice articolo da scrivere.
La band si chiama ancora così, Jethro Tull (dal nome di un agronomo del XVII secolo), e probabilmente lo sarà sempre, almeno fino a quando il suo fondatore non deciderà di appendere il flauto al chiodo. Da quel lontano 2 febbraio 1968 (prima apparizione al Marquee Club di Londra), le lineup della band sono cambiate 14 volte e vi hanno trovato posto - nei decenni - 36 diversi musicisti, ma sempre e solo un unico cantante, Ian Anderson, anche flautista, per colpa di Eric Clapton e Jimi Hendrix. Anderson ha infatti ribadito anche recentemente, in una intervista alla BBC, di essersi convinto, da giovanissimo, a lasciare la chitarra dopo aver ascoltato entrambi, sperimentando il flauto quasi come ripiego e riuscendo a tirarne fuori suoni da chitarra elettrica. E chissà di quanti altri abbandoni si sono resi inconsapevolmente responsabili i due mostri sacri delle sei corde.
Influenze a parte la data cui assistiamo e, ovviamente, sold out, visto che sul palco c'è un signore di 71 anni con ancora la voglia di girare il mondo per fare concerti, fare il "fenicottero" suonando su di una gamba sola e soprattutto divertire i tanti che i Tull li hanno sentiti, li sentono e probabilmente li sentiranno sempre. Il pubblico presente è ovviamente adulto, ma ci sono anche giovani e giovanissimi, probabilmente portati perché non si potevano lasciare a casa da soli, ma che comunque apprezzano. Sul palco Ian Anderson (flauto, voce e chitarra acustica) è accompagnato dallo stesso quartetto con cui continua a condividere il percorso artistico dal 2011. Si inizia appunto ricordando i 36 diversi artisti transitati nella band e se si vuole dedicare un brano ad ognuno di loro, più uno al fondatore, è preferibile mettersi comodi per le possibili tre ore - stima in assoluto difetto - di concerto che ci attendono. Non che dispiaccia a nessuno, anzi.
Ian Anderson canta, non come ai suoi tempi d'oro, ma canta. Suona e lo fa ancora bene (il nostro è squisitamente un riferimento anagrafico). Percorre il palco su di una gamba sola e incanta con mimica e i tipici gesti plateali che lo contraddistinguono da sempre. La padronanza della scena è assoluta e potrebbe, volendo, trovare nuovo divertimento, cimentandosi come protagonista di un musical, ma dovrebbero costruirlo su un unico interprete, lui, per quanto sia assolutamente "presente" e forse ingombrante. Dotato di grande carisma è fuori di dubbio. Ma lo è sempre stato. Gioca con il pubblico, dedicando canzoni a componenti che non ci sono più, poi ricordandosi che "è ancora vivo, ci siamo sentiti un paio di giorni fa". Racconta anche attraverso una bella serie di proiezioni la storia della band, nata, come succede spesso, tra ex compagni di scuola (John Evans e Jeffrey Hammond), nel 1963, con il nome di The Blades. La sincronia del racconto in video e perfetta e attentamente studiata per miscelare il passato all'attuale. E' piacevolissimo vedere in "playback" un gigante Ian di anni fa cantare la stessa canzone, eseguita appena sotto dal vivo, con lo Ian "contemporaneo".
Costituiscono un vero valore aggiunto, poi, i cameo del mondo della musica, grandi e conosciuti artisti che annunciano quale sia la loro canzone dei Tull preferita, che puntualmente viene eseguita. Toni Iommi (Black Sabbath), Steve Harris (Iron Maiden), Joe Bonamassa, Joe Elliott (Def Leppard), ma il più divertente è sicuramente Slash (Guns N' Roses). Non ne spieghiamo il motivo, considerando che i Jethro Tull saranno in Italia dal 17 al 24 luglio preferiamo evitare lo spoiler. Ovviamente tra i "saluti" ci sono anche alcuni dei componenti precedenti della band. Ma è probabilmente difficile trovare chi si sarebbe rifiutato.
La parte più squisitamente musicale è esattamente quello che ci si aspetta, anche se l'arrangiamento di Bourée francamente non ci è piaciuto (siamo troppo affezionati alla versione "classica"). I cinque musicisti assolvono pienamente ed energeticamente alla loro missione tulliana, dando ai brani in sequenza una matrice più rock, perfettamente adatta al live. Ian Anderson è il perfetto padrone di casa (sua!), guida il gruppo e il pubblico nelle due ore di concerto che - possiamo assicurare - passano in un attimo. Stupisce vedere con quanta semplicità un signore che potrebbe (per meriti e titoli discografici) avere un atteggiamento più distante, arrivati alla pausa, comunichi al pubblico che lo show si ferma per 15 minuti e poi si riprende per la seconda parte. Sembra quasi scusarsi.
In conclusione musicale, ribadiamo, quello che ascoltiamo è quindi quello che avremmo voluto ascoltare: A New Day Yesterday, A Passion Play, Aqualung, Cross-Eyed Mary, Heavy Horses, Living in the Past, Locomotive Breath, My God, Songs From the Wood, Thick as a Brick, Too Old to Rock 'n' Roll, Too Young to Die e... molto altro. Anche perché la scaletta scelta dalla band si incontra (o scontra) con quella personale, con quel particolare contatto affettivo che un disco riesce a costruire tra sé e chi lo ascolta, attribuendo alla singola o a tutte le tracce un valore squisitamente proprio, insindacabile.
Come da programma, il concerto, iniziato alle 7:35, deve terminare alle 9:50. E così è. Ian Anderson chiama l'applauso, uno ad uno, per i suoi quattro compagni. Poi la band si raccoglie al centro del palco e si inchina al suo pubblico. Tutti in piedi, noi, per spegnere - virtualmente - le prime 50 candeline con gli applausi.
JETHRO TULL: 50TH ANNIVERSARY TOUR
Ian Anderson (flauto, voce e chitarra acustica)
Florian Opahle (chitarra)
John O'Hara (tastiere, voce)
David Goodier (basso, voce)
Scott Hammond (batteria)






