L’esposizione capitolina presenta capolavori immersi tra immensi capolavori: una gioia per gli occhi del visitatore.
È consuetudine, nel mondo dell’arte (e se ci pensiamo bene in ogni ambito della stessa) utilizzare, per ricordare un grande artista, solo il nome di battesimo. Pensiamo a Eduardo nel teatro, ma anche a Leonardo, Michelangelo, Tiziano, solo per citarne alcuni. Esistono anche pittori che all’apparenza possono sembrare meno “famosi” ma che addirittura si sono meritati un aggettivo legato al nome di battesimo. E’ il caso di Guido Reni - del quale quest’anno ricorre il 380° anniversario della morte (Bologna 1575-1642) - definito "Divino” dai suoi contemporanei per la capacità di rileggere la classicità pagana in chiave religiosa, i volti dei santi e per l’armoniosità dei paesaggi. Tale appellativo era rivolto anche anche a Raffaello, giusto per far capire la grandezza di un artista spesso dimenticato.
Con la giusta volontà di comprendere a 360 gradi l’opera di questo esponente del Rinascimento, alla Galleria Borghese è stata allestita (fino al 22 maggio 2022) la mostra dal titolo “Guido Reni a Roma. Il Sacro e la Natura”, una exhbition che ancora di più, grazie alle opere stabilmente collocate alla Galleria, spiega il forte legame del Divino Guido con la classicità.
30 opere che provano a ricostruire i primi anni del soggiorno romano dell’artista e che ruotano intorno al ritrovato dipinto “Danza campestre” (1605 circa): il paesaggio, già citato negli inventari del Seicento e poi disperso, ricomparve nel 2008 sul mercato antiquario londinese come anonimo bolognese. Studiato ed attribuito, è tornato nella Galleria dopo l’acquisto del 2020. La scena rappresenta un ballo organizzato da un gruppo di contadini con alcune dame e signori del luogo che assistono. I personaggi sono disposti a cerchio, con al centro un giovane villano che invita una dama ad aprire le danze; sulla destra dell’osservatore una radura accanto alla quale scorre un ruscello. Il dipinto sembra un esercizio di maestria da parte di Reni che, oltre a concentrarsi sulla varietà di atteggiamenti dei soggetti, addirittura dipinge due mosche sulla superficie della tela, quasi a voler giocare con l’osservatore incitandolo a scacciarle.
L’opera è un pezzo fondamentale nella descrizione della relazione che aveva l’artista con la committenza Borghese. Il Cardinale desiderava infatti fare del Divino Guido il pittore di corte dopo la morte di Annibale Carracci, l’artista più importante presente sulla scena romana. Ricordiamo tra l’altro che Reni fu proprio allievo dei Carracci - soprattutto di Ludovico - essendo di origine e attivo sul territorio di Bologna e che lo storico dell’arte Malvasia ricorda un aneddoto proprio riferito ai suoi maestri durante gli anni di “bottega”: Annibale si rivolse al fratello dicendo “... di non gl'insegnar tanto a costui, che un giorno ne saprà più di tutti noi. Non vedi tu come non mai contento, egli cerca cose nuove? Raccordati, Lodovico, che costui un giorno ti vuol far sospirare”.
Tutta l’esposizione mira però a mettere in relazione la produzione di Reni con gli artisti suoi contemporanei. Ed ecco che, al piano terra, la mostra si apre con quattro monumentali pale d’altare tra le quali spicca la Crocifissione di San Pietro (1604-5); le altre sono la Trinità con la Madonna di Loreto e il committente cardinale Antonio Maria Gallo (1603-4 c.a), il Martirio di Santa Caterina d’Alessandria (1606 c.a) e il Martirio di Santa Cecilia (1601).
Per il Malvasia sarebbe stato il Cavalier d'Arpino a suggerire a Reni di emulare nel soggetto, per danneggiarlo nei confronti dei committenti, quanto dipinto da Caravaggio per la basilica di Santa Maria del Popolo. In parte sono riprodotti i contrasti di luce, ma il dramma così rilevante nel Merisi è completamente scomparso in quella del Divino: la sua crocefissione è un tranquillo lavoro di artigiani, che rovesciano un santo rassegnato sulla croce e lo legano e l'inchiodano con gesti lenti e metodici.
La Strage degli Innocenti (1611) e San Paolo rimprovera San Pietro penitente (1609 c.) ma anche in Lot e le figlie e Atalanta e Ippomene (1615-20), con la concretezza tridimensionale e l’occupazione dei corpi nello spazio si conferma lo sguardo e l’attrazione di Reni volte al mestiere di scultori e la capacità di diventare esempio per la schiera di artisti suoi successori.
La Strage, collocata nella sala in cui la Dafne di Bernini cerca di sfuggire dalle mani di Apollo, rappresenta sei donne, due piccoli morti e due assassini, in una simmetria raffaellesca. Di questo dipinto, si ricordarono Poussin, i pittori neoclassici francesi e persino Picasso, che richiamò la tela di Reni in alcune parti del suo Guernica.
L’esposizione - curata dalla direttrice Francesca Cappelletti - continua con prestiti generosi e le eccezionali raccolte della Galleria: dal Paesaggio con la caccia al cervo di Niccolò dell’Abate alla Festa campestre (1584) di Agostino Carracci; alcuni quadri di Paul Bril parte della collezione della Galleria, e Paesaggio con Arianna abbandonata e Paesaggio con Salmace ed Ermafrodito (1606-8 c.a), due dei sei paesaggi con storie mitologiche di Carlo Saraceni, già parte della collezione Farnese, provenienti dal Museo e Real Bosco di Capodimonte; dai quattro tondi di Francesco Albani - paesaggi eseguiti nel 1621 per Scipione Borghese e abitati da dee e ninfe - si passa al Paesaggio con Silvia e il satiro (1615) del Domenichino proveniente dalla Pinacoteca di Bologna, testimonianza di un interesse che continua nei decenni successivi a quei primi intensi momenti del secolo.
GUIDO RENI A ROMA
Il sacro e la Natura
Galleria Borghese
Piazzale Scipione Borghese 5,
Roma









