Miró! Sogno e colore (recensione)

“Il pittore lavora come un poeta: prima viene la parola, poi il pensiero” - Joan Miró i Ferrà

Miró! Sogno e colore
m&s - Miró! Sogno e colore (foto © media & sipario)

Palazzo Albergati ospita la mostra "Miró! Sogno e colore", affermandosi sempre di più come ottima location per allestimenti. Dopo le architetture fantastiche di Escher (vedi Escher - La mostra) o il ritorno all'infanzia con Barbie (vedi Barbie. The Icon), entrare nel palazzo cinquecentesco bolognese, questa volta, comporta il piacere visivo di essere risucchiati nel vortice cromatico di un artista spagnolo più volte accusato di voler "assassinare la pittura", per la sua volontà di andare oltre il cavalletto e la tela e abbracciare l'architettura e la scultura o comunque l'aspetto materico dell'arte.

L'esposizione comprende l'ultimo trentennio di attività di Miró, la cui storia si intreccia con quella di Palma di Maiorca, isola nella quale visse dal 1956 fino al 1983 (anno della sua morte) e nella quale si fece costruire una casa dal cognato, aggregandovi laboratorio/atelier grazie all'amico architetto Josep Lluís Sert. La casa è ora sede della Fondazione Pilar i Joan Miró e custodisce una collezione, donata dallo stesso artista e dalla moglie, di circa 5000 pezzi. A Bologna è esposta una selezione delle opere composta di 130 "pezzi", la curatela è di Pilar Baos Rodríguez e Francisco Copado Carralero.

L'arte surrealista che lo influenza tra gli anni venti e trenta del secolo scorso gli fanno riconsiderare l'approccio con la pittura che, seppur fatta di forme essenziali fin dagli esordi, risulta essere più "descrittiva": è da questa volontà di un ritorno al primitivismo - periodo nel quale Miró sosteneva esistesse l'essenza senza il superfluo - che parte la mostra nella quale i colori forti e decisi da lui sempre utilizzati (giallo, nero, rosso e blu) calamitano l'attenzione dell'osservatore fino a far perdere di vista l'identificazione del soggetto dell'opera.

Donne, uccelli neri guizzanti su fondali bianchi, costellazioni sono racchiuse in un'arte gestuale, manuale: evidenti sono le influenze giapponesi, ma anche quelle dell'Espressionismo, del dadaismo. Percorrendo l'allestimento, suddiviso in cinque sezioni (Radici, Principali influenze artistiche, Maiorca, La metamorfosi plastica, Vocabolario di forme), si ammirano le opere seguendo il percorso evolutivo dell'artista, dall'Action Painting americana di Pollock alla visione del materiale usato in collage su carta vetrata, legno e chiodi.

"Femme dans la rue" (1973) e "Oiseaux" (sempre del 1973), sono accostati a frasi incisive che spiccano sulle pareti blu pervinca dalle quali si capisce come lo spagnolo fosse legato a doppio filo con le altre arti: la letteratura (fu amico di Hemingway), la musica e la danza.

La ricostruzione di una parte dell'atelier, con la possibilità di ammirare i colori utilizzati da Mirò o i libri da lui consultati, inframezzano e concludono un viaggio dal quale si esce inebriati di colore e di una visione del mondo filtrata dall'occhio attento di un uomo, oltre che di un artista, per il quale la realtà era (è) un punto di partenza, mai di arrivo.

MIRÓ! SOGNO E COLORE
produzione e organizzazione Gruppo Arthemisia
in collaborazione con Fondazione Pilar
e Joan Miro di Maiorca
curatatela Pilar Baos Rodríguez e Francisco Copado Carralero
la mostra è dedicata alla memoria del Maestro Camillo Bersani

Palazzo Albergati
Bologna

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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