Hugo Pratt ma anche il suo “allievo” in una mostra nelle storiche stanze di Palazzo Pallavicini.
In molti conoscono Maurilio - in arte Milo - Manara come il padre del fumetto e dell'illustrazione erotica che da decenni turbano i sogni dell'immaginario maschile. In pochi conoscono le altre sfaccettature della sua lunga – ormai cinquantennale - carriera che abbraccia il genere poliziesco, la satira, le collaborazioni con Federico Fellini, con il maestro Hugo Pratt, con Alejandro Jodorowsky. Un modo per supplire a questa lacuna è l'antologica dal titolo "Nel segno di Manara" che dal 22 settembre 2017 al 21 gennaio 2018 è allestita nel restaurato Palazzo Pallavicini a Bologna.
Sette sezioni con oltre 130 opere dell'artista nato in Alto Adige (ma che ama definirsi veronese) in un allestimento curato da Claudio Curcio e che sono state svelate in anteprima alla stampa con una guida d'eccezione, lo stesso Manara: dopo una breve presentazione dell'antologica, il disegnatore ha condotto i presenti in un percorso tra le stanze che è diventato un viaggio attraverso le sue tavole, con l'impressione di essere stati assorbiti dall’album da disegno della sua vita, che è anche l'album della sua famiglia, perché, come lui stesso spesso afferma "...ogni tavola, ogni fumetto, è come se fosse un figlio!"
Tavole quasi mai viste, come quelle di "Un fascio di bombe" del 1975, si mescolano ad acquerelli del 2016 che ritraggono Brigitte Bardot; i disegni per i "I Borgia" di Alejandro Jodorowsky vicino alle illustrazioni per Shakespeare e "alcune chicche": la lettera autografa di Hugo Pratt (le cui opere Bologna aveva già ammirato all'inizio del 2017 con la mostra Hugo Pratt e Corto Maltese - 50 anni di viaggi nel mito) e la caricatura dello stesso Manara per mano di Federico Fellini.
Osservare le tavole esposte in maniera volutamente minimalista - "Non abbiamo voluto intaccare la meravigliosa cornice del palazzo settecentesco che con i suoi affreschi è già di per sè una "tavola illustrata", - ha dichiarato lo stesso Manara - guidati dalla "voce narrante" di chi ha disegnato linee, corpi e architetture su fogli ha regalato un "colore in più alle tavole" ed ha permesso di scoprire diverse curiosità ed ammirare, oltre che il talento manuale, anche l'ampia cultura del maestro che passa con nonchalance dalla storia moderna, a quella contemporanea, a quella dell'arte.
"Ho voluto inserire anche degli inediti per evitare di dare alla mostra un segno "definitivo "- ha dichiarato ridendo - sono ancora qui e sto ancora lavorando". Ed è per quello che ci sono 12 tavole de "La Grazia" il secondo volume sulla vita di Caravaggio che rivela di aver voluto disegnare perché fu il primo artista in cui si imbatté, forse per caso: "Ero a catechismo e sul libro c'era la "crocefissione" di Caravaggio. Non capivo come potesse essere un dipinto, perché mi sembrava una fotografia. E alla maturità l'insegnante che mi interrogava vide sulla copertina del libro che aveva davanti il "canestro di frutta" e mi chiese di parlagliene. Caravaggio usava la luce come si usa in fotografia, ma era un pittore. E anche io a volte mi aiuto con le fotografie per qualche disegno o ritratto, ma non bisogna diventare schiavi di questa tecnica. Il disegno deve conservare la sua autonomia, mantenendo la complicità del lettore che "crede" in quello che vede e lo fa diventare reale anche se reale non è..."
Ne è un esempio Magritte con "Ceci n'est pas un pipe"... Non è una pipa, non si può fumare, ma ne è la rappresentazione; chi guarda l'opera "crede" che sia una pipa. Così non succede nella fotografia perché ciò che è impresso è quello che abbiamo visto.
Non bisogna diventare schiavi della fotografia, ma visitando la mostra si rischia di rimanere "incatenati" davanti ai disegni, come ad esempio il "Pentiti" - l'opera dedicata a Mozart e ispirata nel titolo al "Don Giovanni" musicato sul libretto di Da Ponte - le cui tavole sono ospitate proprio nella sala del Palazzo nella quale, nel 1770, il maestro si esibì in un concerto.
Altra curiosità: è possibile ammirare alcune delle tavole attraverso la Realtà Aumentata di Nadia Bonometti - aka Aidan - che è riuscita a render ancora più coinvolgenti i disegni del Maestro Manara. Non poteva mancare l'omaggio a Bologna, nel disegno icona della mostra, raffigurante tra i capelli (e nella mente) di una delle figure femminili caratterizzanti la carriera di Manara, Lucio Dalla, Umberto Eco, Andrea Pazienza.









