Quanto la fotografia e la pittura siano legate indissolubilmente è ormai un dato assodato. Il “dagherrotipo”, la lastra d’argento sulla quale veniva impressa un’immagine speculare del soggetto ripreso e brevettata da Daguerre nel 1839 è semplicemente il frutto di quanto si volesse, nella maniera più rapida di quanto potesse fare la pittura, fermare un momento e riprodurre la realtà. I manuali artistici d’altra parte sono pieni di aggettivi e descrizioni che si riferiscono alla fotografia nella descrizione di un dipinto anche se la fotografia, magari all’epoca di realizzazione di quell’opera, neppure esisteva: il “taglio fotografico” nel dipinto di Guido Reni; “il paesaggio è così realistico da sembrare una fotografia”. Eppure entrambe le arti riproducono la realtà in maniera soggettiva e “fermano” un momento piuttosto che una particolare epoca storica in una interpretazione che dipende sempre dall’autore e dal sentimento che questi vuole suscitare in chi osserva l’opera d’arte da lui prodotta.
Se si parla di Edward Hopper – nato a Nyack nel 1882 – il maestro del realismo americano, il ritrattista non solo di soggetti, ma di “atmosfere” inquiete, solitarie, “cristallizzate” nella perenne attesa di qualcosa, il legame con la fotografia non può che essere maggiormente rafforzato. Le sue inquadrature – veri e propri punti di vista come attraverso un obbiettivo – si legano imprescindibilmente a tutto quello che è il mondo fotografico. Gli interni domestici, le architetture urbane, i paesaggi di Cape Cod, le figure femminili che guardano fuori dalla finestra o attendono qualcosa o qualcuno sedute sul letto in penombra o colpite dalla luce che proviene dall’esterno hanno sempre comunicato una poetica struggente basata sulla incomunicabilità, sulla percezione della distanza, dell’isolamento.
Proprio questo “sguardo così fotografico” ha dato modo nel tempo a molti artisti di ispirarsi al suo operato (nella fotografia stessa, nella pittura, ma anche nel cinema) così come a molti fotografi che hanno nuovamente guardato alla pittura come fonte inesauribile di idee e rinnovamento. Anche ora, a distanza di 54 anni dalla morte (New York 15 maggio 1967) quattro fotografi - Luca Campigotto, Gregory Crewdson, Franco Fontana e Richard Tuschman – si sono messi in gioco e in mostra con HOPPERIANA. Social distancing before Covid-19, visitabile in modalità virtuale su Photology Online Gallery.
E’ facile assimilare le rappresentazioni di Hopper al momento storico attuale (anche se in realtà l’inquietudine sottesa alla sua poetica aveva origini ben diverse) e gli occhi e gli obbiettivi dei quattro fotografi hanno voluto raccontare – in un gioco di doppia visione – i non luoghi desolanti e desolanti, gli uomini e le donne sospese – lasciandosi influenzare dai dipinti di Hopper senza dimenticare il proprio inconfondibile stile. Campigotto, Crewdson, Fontana e Tuschman hanno costruito dei set fotografici ricreando le atmosfere hopperiane, cercando la solitudine, ricreandola “quasi” forzatamente essendo già presente durante la pandemia, inserendo su di essa un filtro ancora più destabilizzante.
Se le opere di Hopper trasmettevano il senso di distanziamento voluto o inconscio, le opere fotografiche visitabili virtualmente trasmettono quello imposto dall’emergenza sanitaria. Non dimentichiamoci però che molto del messaggio espresso dalle opere dipende dall’osservatore, ora come allora ed in questo momento così drammatico, il filtro soggettivo dell’osservatore gioca, si confronta e si scontra con almeno tre piani interpretativi: lo sguardo di Hopper ed il messaggio che voleva trasmettere; lo sguardo dei fotografi sui suoi dipinti con l’interpretazione soggettiva della sua poetica; il proprio, influenzato anche dagli stati d’animo che sta vivendo.
Hopper cosa avrà veramente voluto dire con “Room in New York”? Due persone, presumibilmente una coppia, entrambi estranei nella loro vita comune. Lui intento a leggere il giornale, chinato in avanti, lei distratta con una mano sul pianoforte. Avrà voluto sottolineare la non comunicabilità pur vivendo nello stesso ambiente? Il desiderio di trovare un proprio spazio all’interno di uno forzatamente chiuso e condiviso? E Richard Tuschman per dipingere fotograficamente “Pink Bedroom” cosa avrà visto in quel dipinto?









