Roberto Ferri è un giovane artista di origine pugliese. Inizialmente autodidatta, dopo il liceo artistico si trasferisce a Roma ed oltre a completare gli studi all’Accademia di Belle Arti di Roma si “appropria” letteralmente dell’arte cinquecentesca e barocca di cui la città è impregnata, approfondendo gli aspetti accademici della pittura fino all’ottocento. Caravaggio certo, ma anche Guido Reni e David, Ingres, Girodet, Géricault, Gleyre o Bouguereau. La analizza, la ammira, ne diventa sicuramente prima emulatore per poi trasformarla, plasmarla e identificandola con un proprio stile, onirico e sempre in bilico tra il sacro e profano.
Se un visitatore meno avvezzo all’arte non sapesse di trovarsi all’interno di un allestimento di opere di Ferri, potrebbe pensare di essere davanti ad un’opera sconosciuta di Caravaggio o probabilmente si chiederebbe come Ferri abbia potuto viaggiare nel tempo per “andare a bottega” - avrebbe detto Giorgio Vasari - dal Merisi e poi tornare in questo secolo per esprimere appieno quanto imparato e adattato al proprio stile.
Noi abbiamo potuto ammirare le sue opere nella mostra a Palazzo Pallavicini di Bologna nelle cui sale, se ci fossero stati dubbi, si sarebbero maggiormente apprezzate queste caratteristiche e particolarità vedendo gli studi preparatori ai dipinti di maggiori dimensioni, eseguite a sanguigna, proprio come i pittori di un tempo. Una mostra dedicata ad un viaggio tra il sacro ed il profano, tra la carnalità e l’onirico, tra la purezza e la sensualità, divisa in sezioni tematiche che abbracciano questi percorsi di sala in sala: l’amor cortese, il sacro e il profano appunto, per poi addentrarsi nei più profondi e reconditi abissi dell’indole e dell’animo umano.
Ogni muscolo è reso plasticamente in una tensione che però non fa intuire sforzo. I corpi, singoli, come il “Giovan Battista” dai forti richiami caravaggeschi che indica una strada da seguire, non solo reale, ma anche simbolica o le composizioni di gruppo Come “L’amore, la morte e il sogno”: Ferri prende spunto dall’iconografia sacra per esaltare i tormenti dell’animo umano, a volte innestando in composizioni di chiaro richiamo classico elementi moderni, quasi meccanici, offrendo allo sguardo e all’occhio dell’osservatore una pittura antica in linguaggio contemporaneo. Le pennellate ad olio che rasentano la trasparenza rendono però tangibile la carne, nell’ossimoro che si è sempre creato con il chiaro e lo scuro, con le luci e le ombre. Le vene bluastre si stagliano nella delicatezza della pelle e si intrecciano agli ingranaggi che tradiscono la contemporaneità di Ferri il quale conosce, non solo a menadito il passato di Caravaggio o di Guido Reni, ma anche il surrealismo di Dali, nonchè l’arte contemporanea dei fumetti, dai film di fantascienza alle esperienze visive di David Lachapelle.
Ogni dipinto ed ogni disegno attraggono e affascinano diventando seducente messaggio altro: un personale repertorio che spazia dalla filosofia al mito, alla letteratura, alla poesia. Ogni ritratto è un autoritratto ed in ogni dipinto si cela un “un qualcosa” che va solo colto. I dipinti di forma circolare fanno riecheggiare il Tondo Doni di Michelangelo Buonarroti mentre la mosca nel “Sonno di Rugiada” è un chiaro richiamo, non solo alla mosca dipinta da Giotto, ma a tutta una serie di dipinti rinascimentali e poi fiamminghi nei quali l’insetto era un riferimento alla caducità della vita e allo sfiorire della bellezza corporea.
D’altronde lo stesso artista ha spesso dichiarato che le sue opere sono piene di simboli ed anche di allegorie dell’imperfezione del mondo e dell’uomo che intriga l’osservatore impegnato spesso a cercarli o a dargli significato.
Menzione a parte per la bozza preparatoria de “Il bacio di Dante e Beatrice”, dipinto realizzato e presentato nel 2021 in occasione delle celebrazioni per il 700° anniversario dalla morte del Sommo Poeta, ospitata nelle Sale di Palazzo Pallavicini, nella sezione dedicata all’amore, spirituale e carnale. Ferri cristallizza un evento/momento mai avvenuto in una composizione carica di simboli ed eleganti richiami alle forme del gruppo marmoreo di Amore e Psiche di Canova. Dante, riconoscibile dal copricapo rosso con corona di alloro, bacia (finalmente) una Beatrice nuda, esposta allo sguardo dello spettatore, dolcemente adagiata su un panneggio, che appoggia la mano sul capo di Dante aiutandolo a chinarsi verso di lei. I corpi nudi, ci permettiamo di interpretare, sembrano enfatizzare la purezza del rapporto d’amore mai concretizzato da i due. D’altra parte “Amor Sacro e Amor Profano” di Tiziano, con l’Amor Sacro nudo, ha da sempre fatto scuola e quali migliori esempi di amore puro se non Dante e Beatrice potevano rappresentarlo? E chi meglio di ferri, può aver appreso l’insegnamento del pittore veneto?









