Senza una vera e propria spiegazione scientifica sulla regolarità di tali avvenimenti, ad intervalli non ben identificati, nasce un essere umano che sembra quasi uno "starman", un uomo delle stelle che "incontra" gli esseri umani, fa tesoro di ciò che vede, conosce, "incamera" e trasmette alle generazioni future quanto appreso e trasformato.
E' questo il caso di David Bowie, al secolo David Robert Jones (scomparso all'inizio dell'anno), la cui mostra, dal titolo "David Bowie Is" non è una retrospettiva quanto, se può essere passato il termine, una "prospettiva": un modo di guardare il mondo attraverso gli occhi, così belli e così strani (era affetto da midriasi permanente, una malattia conseguente a traumi diretti sull'occhio dovuti ad una "zuffa" adolescenziale), una visione del mondo da un altro punto di vista, quello di un uomo sensibile agli stimoli, alle influenze della moda, alla società che stava vivendo diventando, egli stesso, un modello da seguire. L'unica data italiana a Bologna è la classica mostra da "vivere": un'audioguida consegnata all'ingresso (in lingua inglese per ascoltare la voce di Bowie) accompagna i visitatori nelle tre aree in cui i curatori della mostra del V&A Museum, Victoria Broackes e Geoffrey Marsh, hanno diviso l'allestimento.
There's a starman waiting in the sky / He'd like to come and meet us / But he thinks he'd blow our minds - da Starman, 1972
Attraverso la selezione di più di 300 oggetti dell'archivio personale del musicista - tra l'altro estremamente meticoloso e ordinato - il fan, ma anche il "profano" per età o per non conoscenza della musica di Bowie (ma chi non ha mai sentito Heroes?), comincia a entrare fisicamente nel mondo del Duca Bianco - anche grazie agli ambienti multimediali realizzati - dagli esordi nei quali ancora cantava con i Kon Rads, agli LP che hanno inizialmente influenzato la sua musica come l'album di Little Richard. Gli schizzi per gli allestimenti del palco e i costumi creati per i gruppi giovanili fino al primo grande successo "Space Oddity". Grande rilievo a tutto quello che è stato il processo creativo di David Bowie snodandosi attraverso le varie fonti d'ispirazione: dal surrealismo al teatro brechtiano, dai mimi dell’avanguardia ai musical del West-End londinese, dall’espressionismo tedesco alle performance giapponesi di kabuki. Trasgressione, stile, ambiguità: "Mi facevo coinvolgere da tutto quello che poteva essere artistico", commenta Bowie in uno spezzone audio.
La seconda area affronta il tema del processo creativo dal punto di vista della genesi degli album e della progettazione dei concerti - spettacolo, che con il tempo diventano la sintesi della filosofia Wagneriana di Gesamtkunstwerk (opera totale sintesi delle arti poetiche, visuali, musicali e drammatiche) con una fusione delle arti il cui fulcro sono personaggi e racconti romanzati. E' in questo ambito che arriva l'identificazione di Bowie con Ziggy Stardust, l’umana manifestazione di un essere alieno che tanta influenza ha avuto nella cultura pop.
La terza sezione rende possibile rivivere (anche per chi non ha mai potuto parteciparvi) il mondo dei concerti live di Bowie. Audio e video di grandi dimensioni, i diversi costumi di scena - genesi delle reincarnazioni di Bowie o delle sue innumerevoli vite all'interno di una sola - creati da Alexander McQueen (cappotto Union Jack) o da Kansai Yamamoto (costumi per il tour Aladdin Sane) solo per citarne un paio - e materiali originali dell’artista. L'ultima sala prima dell'allestimento fotografico vale da sola la "sopportazione" dell'"imbuto" che si crea in alcune zone dell'allestimento a causa dell'alto numero di visitatori rispetto allo spazio; ci si ritrova come all'interno di un parallelepipedo completamente circondati dall'arte di Bowie, con la sensazione, peraltro forse vera, che l'artista sia "dappertutto" e che ribadisca il concetto che "ognuno di noi può essere / diventare ciò che vuole".
Pagine di appunti, schizzi di scenografie, il programma che utilizzava e che ha aiutato a "far nascere" per comporre canzoni dagli anni '90 in poi (Verbasizer, un software che traduceva informaticamente il prendere parole sparse dai giornali, tagliarle, metterle in un contenitore e poi ricomporre i frammenti su un foglio di carta come faceva Bowie), l'interazione ed il continuo colloquio con i costumisti che elaboravano gli abiti per gli spettacoli.
Il "Duca" era, anzi "è" l'eclettismo, l'innovazione e la canalizzazione dei più ampi movimenti nell’ambito dell’arte, del design, del teatro e della cultura contemporanea, così come raccontano i due curatori della mostra, concludendo la prefazione della pubblicazione edita in questa occasione: “Il catalogo musicale di Bowie, insieme al suo archivio, ci fornisce materiale fantastico per un’esposizione, ma solo in parte riesce a spiegare il ruolo iconico e la condizione di crescita continua dell’artista. La restante parte del quadro si trova nei cambiamenti del mondo intorno a noi e in noi stessi, il suo pubblico". "David Bowie Is": il tempo presente, in questo caso, non è un errore!
DAVID BOWIE IS
a cura di Victoria Broackes e Geoffrey Marsh
MAMbo
Museo d'Arte Moderna di Bologna







