Se proviamo a suddividere "Candy. Memorie di una lavatrice" in più programmi, adatti a differenti lavaggi e tessuti, ci troviamo inizialmente di fronte alla scelta del delicato a mezzo carico, quello che si usa con i capi in lana o seta, sperando di non ricevere sorprese sgradevoli una volta aperto l'oblò frontale.
In questa prima fase Iris Basilicata (autrice e interprete) sveste i panni della Miss stereotipata, oggetto dello scherno (anche molto più malvagio del suo) di tanti artisti, praticamente da sempre, da quando i concorsi hanno ricevuto una forte attenzione mediatica. Gioviale, in costume da bagno intero, tacchi e fascia, la protagonista dello spettacolo che vedremo tra poco cerca di guadagnare tempo, per ovviare ad un grave problema che però non vuole rivelare al pubblico pagante che sta assistendo.
Nella fase delicata Iris/Candy dilata il tempo del lavaggio, fornendo piccoli e distanziati spunti narrativi. A nostro parere, appena eccessivamente, ma visto che si tratta del debutto nella forma di monologo, c'è tempo e modo per raffinare. La prima percezione è quindi quella di trovarci di fronte ad una standupper timida, che faticosamente si trova ad affrontare - per la prima volta - qualcosa che non conosce ancora bene. Mentalmente proviamo ad interrogarci su cosa voglia comunicare, quando il primo lavaggio termina e il cestello si apre una prima volta.
Cambiamo rapidamente programma, la temperatura si alza, si aggiunge la centrifuga e Candy inizia a disvelare la sua seconda intenzione: raccontarci il rapporto che la lega alla madre, sempre eccessivamente presente nella sua vita, espressività di tanti sogni giovanili di fama, mai realizzati e proiettati verso la "ragazza", che sta faticosamente studiando per diventare la miglior lavatrice d'Italia. Impossibile non rivolgere il nostro pensiero al capolavoro "Bellissima" di Luchino Visconti. L'iniziale (costruita) timidezza comincia a dissolversi come le macchie più leggere, quelle che non danno troppi problemi, non siamo ancora a pieno carico, ma stavolta le intenzioni di prosecuzione sono più chiare. Si svuota di nuovo il cestello e si imposta il terzo e ultimo programma, con alta temperatura e centrifuga per il pieno carico. Il cesto dei panni è finalmente vuoto.
Candy inserisce nel racconto tutti gli elementi fondamentali: Elena, bracciante rumena venuta in Italia per assicurare - sperando che la matematica sia un'opinione - una vita migliore a sua madre, il "padrone" siciliano che generosamente "dona" il lavoro ad Elena, la famiglia del padrone (la moglie è affettuosamente chiamata Kapò, il figlio è "baby frignone") e le tante, troppe, lordure che diventano poco, troppo poco, notiziabili quando riguardano i dimenticati o ci sono altri interessi mediatici, come, ad esempio, un grande avvenimento sportivo mondiale, molto più appetibile dagli sponsor milionari. La vicenda raccontata dalla standupper impacciata e dotata di oblò muta radicalmente e drammaticamente, ancora di più perché siamo consapevoli che lo spettacolo è "schifosamente tratto da storie vere e mai lavate", come già dichiarato dalla sua autrice.
«Nel 2014 il settimanale L'Espresso pubblicò una inchiesta in cui si scoprì che nelle campagne di Ragusa, in Sicilia, circa cinquemila braccianti rumene vivevano, e vivono tutt'ora, in condizioni di totale sfruttamento sia lavorativo sia sessuale. Ammassate in baracche, nelle case dei padroni, in scantinati, capanni degli attrezzi e isolate dalla vita civile, le braccianti dell'est guadagnano meno di diciotto euro al giorno per più di dieci ore di lavoro ininterrotto. Quando il lavoro finisce, la sera sono costrette a partecipare a festini agricoli organizzati dai propri padroni».
La storia di Elena si fonde con quella di Candy, i sorrisini stereotipati si trasformano in intensi panni sporchi, talmente resi sudici dalla cattiveria della vita da non poter più essere puliti, la centrifuga è così forte da strappare i tessuti, la temperatura è altissima come quella che si deve sopportare nella campagna siciliana durante la stagione dei raccolti. Tutto quello che viene vissuto da Elena e dal micromondo familiare che la circonda (e la sfrutta) è raccontato con il necessario distacco emotivo da Candy, quasi con allegria. L'elettrodomestico consiglia e suggerisce ad Elena come migliorare la propria situazione lavorativa ed economica, come riuscire - anche lei - a conquistare il titolo di miglior bracciante rumena.
Fortunatamente non è lo stesso atteggiamento espresso da parte del pubblico, che assiste concentrato e sempre più partecipe, in totale silenzio e coinvolgimento. I toni attoriali sottolineano perfettamente le fasi più difficili. Iris Basilicata si porta al nostro fianco e ci chiede aiuto per stendere al sole delle lenzuola che, per quanto si insisterà, non potranno mai essere sufficientemente lavate, come le coscienze di chi sa e finge di non sapere, di chi protegge e di chi sopporta, di chi trae vantaggio dalla disperazione della povera gente. "Tenere lontano dalla portata dei bambini" è la scritta che campeggia sulla scena, noi preferiremmo che l'avviso si potesse trasformare in "tenuto lontano da ogni essere vivente", anche se abbiamo forti dubbi che possa mai avvenire. Fortunatamente esiste ancora il teatro, che ha come innegabile pregio quello di non voltarsi mai d'altra parte. E non ha nemmeno necessità di ammorbidente.
CANDY - MEMORIE DI UNA LAVATRICE
di e con Iris Basilicata
spettacolo vincitore, nel 2020, del bando “Idee nello Spazio”
durata 50 minuti, escluso intervallo








