In estrema sintesi si racconta la storia di un lavoratore italiano, uno tra i tanti anonimi e invisibili che prestano la propria opera (appunto) nelle migliaia di fabbriche italiane. In un attimo veniamo catapultati nelle stesse atmosfere di M-Ilva (recensione), altro eccellente lavoro sul mondo del lavoro, ma al femminile.
Nato e cresciuto a fianco della fabbrica, col nonno prima e col padre poi, entrambi operai, il destino del nostro protagonista è già stato scritto ben prima della sua nascita. Crescerà e studierà (si fermerà al diploma, dopotutto un operaio non ha bisogno della laurea) col preciso intento di diventare anche lui un operaio, perché cosi vuole suo padre e, probabilmente, la stessa società che lo circonda. A pochi importa che la sua sua sia una mente molto brillante,
Attraverso gli occhi ingenui e puri del protagonista ancora bambino, ripercorriamo tutte le tappe che ne caratterizzano la vita, sia essa al di fuori della fabbrica che all’interno, sia strettamente personale che sociale, molto simile a quella di altri come lui, uno dei tanti operai nati negli anni ’60 che vivono - senza nemmeno rendersene conto - il passaggio da una difficile e faticosa realtà rurale alla prima, esaltante (e inquinante, ma ancora non si sa) fase industriale. Quando sarebbe sembrato sciocco e senza prospettive voler continuare a coltivare quella terra che aveva sfamato generazioni su generazioni. Meglio sicuramente la "fabbrica", anche se accompagnata dalla sua logica padronale.
Ci racconta, con il sorriso sempre e solo accennato, le vicissitudini che ne hanno segnato la vita, dall’infanzia sino all’età della pensione (se mai riuscirò ad andarci): il tutto condito da quella giusta dose di ironia che non guasta mai. Ogni tappa (ci ha fatto venire in mente il capolavoro di Fritz Lang, ma anche i Tempi Moderni di Chaplin) è scandita da un suono che accompagna e sottolinea il passare degli anni, con intervalli regolari: la campanella della scuola, la tromba della caserma e infine la sirena della fabbrica, dove tutto si ferma. Drammaticamente, ma nello spettacolo non ce ne è cenno, manca solo la campana a morto che accompagna al cimitero. In ogni caso il suono secco e netto sottolinea il passare del tempo, ma altri non è che un continuo alert che ci ricorda e obbliga ai nostri doveri.
L’operaio sulla scena è Germano Rubbi (anche autore e regista), accompagnato da un compagno di viaggio (Fabrizio Bordignon) che interpreta, di volta in volta, i vari personaggi che appaiono in questo racconto biografico e dai musicisti/operai (Ivo Cibocchi e Andrea Pagliacci), anche inseriti nella trama del racconto. Tutti indossano una tuta da operaio.
Il testo delle spettacolo nasce raccogliendo le interviste fatte a veri operai, siano essi attualmente impiegati o in pensione, in cui sono state narrate le loro sensazioni, i loro ricordi, aneddoti ed emozioni. In questo modo Operai diviene al tempo stesso uno spettacolo di teatro, un pamphlet satirico e una finestra sull’animo di chi, nel corso degli anni, ha vissuto in prima persona le vicende narrate all’interno della pièce, ci è stato raccontato a lato della rappresentazione, e dobbiamo ricoscere che ne abbiamo ritrovato tutte le essenze, nel bene e nel male. Anche il rivederlo (è la seconda volta che assistiamo a Operai) nel giorno scelto come emblema del mondo del lavoro, il 1° maggio, gli conferisce quel quid in più che aggiunge e non toglie, sia che il lavoro lo si abbia o lo si stia cercando.
Il tono non è mai drammatico, proprio per questo è maggiormente efficace nel catturare l’attenzione del pubblico, così da veicolare meglio il messaggio contenuto all’interno dello spettacolo stesso. Un messaggio che di ironico ha molto poco, perché si parla di soprusi, ingiustizie sociali e di una possibilità di riscatto che tarda talmente dal venire che ce ne si dimentica. Dopotutto si ha sempre qualcosa da mettere sulla tavola e non importa se il prezzo da pagare sia molto più elevato di quello dello scontrino. L'importante è avere il lavoro.
Magazzini Artistici
presenta
OPERAI
(storia di un lavoratore italiano)
testo e regia Germano Rubbi
con Germano Rubbi e Fabrizio Bordignon
con Ivo Cibocchi alla fisarmonica e Andrea Pagliacci al contrabbasso
musiche di scena Francesco Verdinelli
aiuto regia Gabriela Carmen Marin
durata circa 70 minuti, escluso intervallo









