Manco fossi Laura Chiatti (recensione)

Lo spettacolo nasce con lo scopo di divertire, noi non riusciamo a metterne da parte l'aspetto più grottesco

Danila Stalteri
m&s - Danila Stalteri (foto © media & sipario)

Nel 1971 un Paolo Villaggio già conosciuto e apprezzato, ma comunque ancora lontano dai suoi fasti successivi, pubblica il primo dei suoi fortunati libri dedicati al rag. Ugo Fantozzi, un uomo piccolo, in ogni senso, e succube di un mondo di prevaricazioni aziendali, un personaggio grottesco quanto basta per transitare poi nel tragico. Assistendo all'epopea degli "esordi di scena" raccontati da Danila Stalteri abbiamo provato un netto richiamo alle stesse situazioni. Da una parte un uomo che viene costantemente schiacciato da un sistema gerarchico, dall'altra un'artista che fatica (eufemismo) a trovare spazio e rispetto per le sue legittimi aspirazioni.

Indubbiamente il one-woman-show di 65 minuti ha lo scopo di divertire il pubblico, ma allo stesso tempo, sorridendo (pensiamo) a denti stretti, si punta il dito nell'occhio di un sistema artistico che è fatto principalmente di "nomi" (termine fastidioso con il quale lo spazio lavorativo viene assegnato sempre e solamente a chi ha già notorietà, impedendo di fatto a tutti gli altri di farsela), di manager squallidi (un efficace Fabio Ferrari), che come unico suggerimento hanno quello di "rifarsi le bocce", di improbabili percorsi formativi e di piccole quanto faticose e inutili scritture, tanto per rimanere sul palcoscenico, prima di arrendersi - perché c'è chi si arrende - e cercare un lavoro "altro", quando si è stanchi di sentire il suono onomatopeico della porta sbattuta in faccia o il contatto insistente della mano sul c...ensura.

E' una iperbole la nostra? stiamo esagerando con i voli di fantasia che ci stanno allontanando dal tema principale per prelevarne solo l'aspetto più drammatico e realistico? Forse. O più facilmente è questo (nella nostra testa) costante richiamo al "tragico", rimando che facciamo al ragioniere più sfortunato e vessato del cinema mondiale, che ci rende difficile scrivere di Manco fossi Laura Chiatti (motivo per il quale questa recensione è stata iniziata e stravolta già tre volte). Vuoi perché il racconto - ci ha confermato la stessa protagonista - è abbastanza autobiografico, vuoi perché quello che in passato le è successo, è quello che quotidianamente succede ad ogni mestierante artistico agli esordi e di cui si ignora l'esistenza, ma solo perché è molto più semplice farlo. Il lettore in ogni caso non si faccia ingannare dalla nostra riflessione, il monologo (che si avvicina alla stand up) nasce comico, solo che si ride per quello che accade a "lei" e che accadrebbe anche a noi, se fossimo attori, ma ci farebbe ridere molto meno.

Danila è una giovane e promettente attrice che ha deciso di non arrendersi e di continuare in direzione ostinata e contraria a fare provini, sottoporsi a viaggi della speranza per un casting, fare ore e ore di fila per consegnare il proprio costoso book fotografico a chi non lo guarderà mai e i nostri esempi (reali e/o di fantasia) potrebbero sicuramente continuare e per un numero di parole sicuramente superiore a quelle che un lettore è disposto a tollerare. Il personaggio (ma anche essere umano, come capita che spesso dimentichino coloro che tengono le fila di quel mestiere) impatta con una serie bislacca di formatori, convinti di essere i portatori sani del metodo dei metodi per la recitazione contemporanea, non il Stanislavskij (confessione: abbiamo copiato e incollato il nome da Internet) ma l'altro, lo Strasberg (idem come il precedente), quello utilizzato dai più grandi attori di Hollywood, che però in Italia viene insegnato da artisti sul viale del tramonto, e che comunque non hanno mai brillato di luce propria, ma solo dei ricordi del passato (quando ce ne sono). [divagazione] Il più delle volte millantando gli stessi grandi trascorsi artistici mirabilmente incarnati dal maestro di canto di Alberto Sordi nel film Mi permette, babbo! (1956, di Mario Bonnard). [fine divagazione]

La protagonista ripercorre, quindi, tante storie, raccontandole esclusivamente in forma di disavventure. Ne esce fuori una commedia brillante a tratti amara che racconta le (dis)avventure di una ragazza che vorrebbe solo riuscire a realizzare il suo sogno di fare l'attrice e che impatta, invece, contro tanti "ladri di sogni" (cit.) che sembrano caparbiamente pararsi di fronte alle sue legittime istanze, da una parte perché oggettivamente non le capiscono (la madre interpretata da Pia Engleberth), da un'altra perché non le vogliono capire (Pietro De Silva), perché troppo occupati ad ammirare il proprio "io" (anche in questo caso il rimando è cinematografico: La grande bellezza di Paolo Sorrentino). Sono tutti comunque concordi nell'indicare alle tante Danila la giusta via da percorrere e non è sicuramente colpa loro se le aspiranti "Laura Chiatti" sbagliano costantemente strada, forse perché devono ancora aggiornare le app del telefonino. E nonostante gli ostacoli continuano a salire su quel palcoscenico per "farci divertire". Concordiamo sul fatto che anche questa sia un'uscita infelice, malgrado le buone intenzioni del dichiarante, e che appartiene al recente passato, ma ogni tanto va ricordata: è comunque significativa di un comune e troppo diffuso pensiero.

Start Lab
presenta
MANCO FOSSI LAURA CHIATTI
scritto e diretto da Danila Stalteri
con la collaborazione di Gioia Vicari
con Danila Stalteri 
in video Fabio Ferrari, Pia Engleberth, Pietro De Silva
produzione e distribuzione Start Lab
durata un atto unico di 65 minuti

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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