Al Teatro Duse di Bologna è appena andato in scena uno spettacolo tratto dagli scritti e dalle parole di Gino Strada, portato in teatro dalla voce e dal corpo di Elio Germano, accompagnato dalle musiche originali di Teho Teardo. Un lavoro di teatro civile che non concede tregua, né allo spettatore né alla coscienza, e che si configura come una restituzione di pensiero potente, necessaria. Portare le parole di Strada sul palcoscenico significa assumersi la responsabilità di raccontare la guerra per ciò che è davvero, spogliata da ogni retorica ed è proprio questa nudità, cruda e ineludibile, a rendere lo spettacolo un’esperienza inderogabile
Ciò che colpisce fin da subito è la straordinaria capacità di Elio Germano di farsi corpo e voce di quel pensiero, senza mai scivolare nella semplice imitazione. Per tutta la durata dello spettacolo, l’attore romano sembra dissolversi per lasciare spazio a Strada: ne restituisce il tono, l’accento, il ritmo asciutto e lucido, trasformando la parola in una presenza viva, quasi tangibile. È una prova di grande rigore e sensibilità, in cui il lavoro attoriale diventa un atto di responsabilità, prima ancora che di interpretazione. Al centro della scena, il leggio si erge imponente, evocando quelli degli oratori dell’antica Grecia: non un semplice supporto, ma una vera e propria tribuna civile. Da lì, però, non si cerca di persuadere una folla, quanto piuttosto di risvegliarla. Germano vi si appoggia come a un punto fermo da cui restituire una verità scomoda, necessaria, che non concede appigli emotivi facili. È un dispositivo scenico essenziale e, proprio per questo, potentissimo.
Attorno a questa centralità della parola si costruisce un impianto visivo che amplifica e radicalizza l’esperienza dello spettatore. I tre pannelli su cui vengono proiettate immagini reali introducono nella scena frammenti di vita e di morte, di violenza e di innocenza violata, che interrompono qualsiasi distanza possibile. Non c’è metafora, non c’è filtro: ciò che appare è già, di per sé, definitivo. Le luci, spesso attraversate da un rosso sangue netto e insistito, contribuiscono a creare un ambiente che non lascia spazio all’immaginazione, ma impone una visione diretta, quasi insostenibile, della realtà persistentemente evocata.
In questo tessuto già denso si innesta la musica elettronica di Teho Teardo, che non accompagna ma attraversa lo spettacolo come una presenza viva, quasi organica. Il suono non è mai decorativo, è struttura, drammaturgia, è un elemento che agisce direttamente sul senso dello spettatore. Le frequenze basse, i pieni improvvisi, le vibrazioni continue costruiscono un paesaggio sonoro che si insinua sottopelle, creando una tensione costante e difficilmente eludibile.
In questa dimensione la musica assume una funzione profondamente politica perché non illustra la guerra, ma la fa sentire. Il pubblico non assiste soltanto a un racconto, ma viene immerso in una condizione percettiva che restituisce, per quanto possibile, l’oppressione, il disorientamento, la violenza diffusa di un contesto bellico. Il suono diventa così un dispositivo di consapevolezza, capace di tradurre in esperienza fisica ciò che le parole raccontano.
Il suo impatto ricorda quello del design sonoro de La Zona d’Interesse - film diretto da Jonathan Glazer e vincitore di due premi Oscar - dove l’orrore non è sempre visibile ma costantemente evocato attraverso una dimensione acustica disturbante e pervasiva. Anche qui, il carattere roboante e stratificato della partitura non lascia tregua: amplifica il senso di minaccia, insiste, ritorna, costringe all’ascolto. È un suono che non accompagna l’emozione, ma la genera, la impone, rendendo impossibile qualsiasi forma di distanza o neutralità.
La guerra com’è si impone come un esempio rigoroso e necessario di teatro civile, capace di trasformare la scena in uno spazio di responsabilità condivisa. E uscendo dalla sala resta addosso una sensazione difficile da allontanare: quella di essere stati chiamati, più che spettatori, testimoni.
Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini per Infinito e Argot Produzioni
in collaborazione con Emergency
presentano
Elio Germano, Teho Teardo
in
LA GUERRA COM'È
tratto dal libro 'Una persona alla volta' di Gino Strada
fonico Francesco Fazzi
disegno luci Alberto Tizzone
scene Andrea Speranza
video Gianluca Meda
durata 1 ora senza intervallo








