Cantina (recensione)

Evviva il Teatro, dove tutto è finto e nulla è falso - Gigi Proietti

La compagnia belga Laika ci ha appena "servito" nei Teatri - o meglio nelle tensostrutture montate vicino al teatro di riferimento - una cena-spettacolo dal sapore che sicuramente non ci si aspettava. un’esperienza plurisensoriale, una tipologia di spettacolo differente ma comunque perfettamente coerente con lo spirito del teatro, enunciato anni fa argutamente da Proietti. E mai come nel caso di Cantina la frase ci è apparsa così azzeccata.

Andando per ordine, ci troviamo in una tensostruttura con tre attori principali, ma con il coinvolgimento di alcuni "ganci", abilmente mescolati tra il pubblico presente e selezionati nelle settimane precedenti alla messa in scena. Con questa doverosa (forse) introduzione, assistiamo ad una pièce che, prendendo il “la” dall’opera di Bertold Brecht “Santa Giovanna dei Macelli”, coinvolge gli spettatori - tutti - per prendere forma e ingredienti, che vengono cucinati dai commis teatrali Abigail Abraham, Marjan De Schutter, Alin Rinckhout e dagli chef (registi) Peter De Bie e Michiel Soete.

Gli spettatori vengono fatti entrare all’interno della tensostruttura direttamente dagli attori che prima di farli accomodare a delle vere tavolate, li accompagnano al fondale metallico - una mensa che nasconde pannelli girevoli, ingressi ed uscite - a prendere il primo dei piatti serviti durante lo spettacolo. Una sorta di fila per la mensa militare (oggetto di tante scene iconiche del cinema di ogni tempo) dalla quale si arriva al tavolo con un bicchiere di latta ed un piatto rettangolare (sempre di latta) a più scomparti.

Alla stessa simbolico maniera, gli scomparti, si svolge lo spettacolo, “Varietà culinario” che nella leggerezza di canzoni, balletti, coinvolgimento diretto del pubblico, nasconde un messaggio di consapevolezza e speranza nei confronti del mondo e della società in cui viviamo, così come per la Giovanna brechtiana, donna lavoratrice in una mensa, che combatte contro le ingiustizie del sistema, facendo gruppo (rimanendo in cucina dovremmo usare come termine brigata) per difendere l'idea di un mondo migliore.

Tutta la pièce  “giocata” sull’apparenza dei sensi è ben presto smascherata: l’occhio vede il pesce, ma il gusto lo riconosce come verdura, l’orecchio sente la parola "fish" (appunto pesce) per poi tradurla in "dish" (piatto) o anche "wish" (desiderio) in una continua, quanto divertente e studiata, confusione. Una produzione quindi fantasiosa, in continuo bilico tra allegria e horror - avete presente “La piccola bottega degli orrori”? - messa in scena da una compagnia che sembra prendere alla lettera gli insegnamenti del regista e autore polacco Jerzy Marian Grotowski teorizzatore di un teatro che stimola il confronto, mettendo alla prova e coinvolgendo l'esperienza.

Un teatro basato non tanto sull'immagine ma sulla presenza dell'attore. E la presenza della Compagnia Laika c’è e si vede in un “evento” che solletica e sollecita più sensi contemporaneamente: l’olfatto, il tatto, il gusto, l’udito e sicuramente la vista, grazie alle performance di questi attori/acrobati/cantanti che si mescolano agli spettatori/complici/commensali in un’unione di sensazioni e di intenti che solo il teatro, nella sua totalità, può realizzare offrendo, forse, come recita il sottotitolo di “Cantina”: “Sogni in scatola (quella del Teatro), buon cibo (per la mente)”. Buon appetito per le prossime repliche.

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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