Voci dal cortile (recensione)

Hey survivor Don't matter who you are Time ran so far away And you must save your life...

Voci dal cortile
m&s - Voci dal cortile (foto © media & sipario)

Nell'estate 1986, in Israele, viene violentata ripetutamente una quattordicenne, gli stupratori sono sette minorenni di poco più grandi della ragazzina, quello che oggi giornalisticamente verrebbe definito un "branco". Il tragico e vergognoso "incidente" ha ispirato il testo teatrale di Edna Mayza, diventando uno dei testi più apprezzati della drammaturgia israelita. Spostato in Italia, il racconto presenta il dramma di Dora (14 anni e 10 mesi), una ragazzina che vive con la madre, dopo la morte del padre. Dora è sola, le manca la figura paterna e, come molte altre bambine (perché di questo si tratta) della sua età, cerca di apparire più grande e più emancipata di quanto nella realtà sia. Se per farsi notare deve scendere dall'altalena e tirare una boccata da una sigaretta o bere un paio di birre, lei lo fa, anche se maldestramente. E probabilmente questa è la sua unica (e veniale) colpa.

I problemi di Dora si scontrano con la violenza dei suoi quattro aguzzini (Simone, Alessandro, Giulio e Sergio), poco meno che diciassettenni, convinti - come molti altri della loro età - che non esistano regole e che soprattutto non ci sia la necessità di rispettare l'altro, così diverso da loro. I "4 bravi ragazzi italiani" (la definizione, aberrante, è di uno dei loro difensori nel corso del processo) si approfittano della ricerca spasmodica di affetto di Dora per sfogare sulla ragazzina il loro disagio sociale e la loro rabbia. La ragazzina subisce così la violenza fisica dei suoi aggressori prima e la violenza verbale dei loro avvocati, poi, nell'assurdità di un dibattimento, uguale a tanti altri, che sposta l'attenzione sulla vittima (sulla "puttana" che "se l'è cercata"), calpestando il senso di giustizia che dovrebbe ergersi a paladino di ogni forma di diritto. "Il sistema giudiziario si basa sulla legge e non sulla giustizia", è l'affermazione di uno dei quattro difensori degli stupratori. Noi ricordavamo che nelle aule di tribunale ci fosse scritto "La legge è uguale per tutti", ma è possibile che ci siano diverse declinazioni del "tutti".

Un cast giovanissimo, tutto under 35, interpreta sia i cinque protagonisti che i loro avvocati, portando in scena, in forma didascalica e sincopata, gli attimi che precedono lo stupro e le sue conseguenze "legali". La vergogna è pensare che quello che stiamo vedendo non solo è realmente successo nel passato, ma continua, costantemente, a succedere. Il testo è asciutto e violento, come ci si aspetta che sia, a tratti talmente duro da portare la mente a disinteressarsi dalle vicende del palco per inseguire i tanti accadimenti - troppi - che ogni giorno la cronaca "vera", non quella teatrale, mettono di fronte ai nostri occhi. 

La recitazione dei ragazzi è costantemente "urlata", a tratti eccessiva e confusa, ma spostandoci nella vita reale, questo è quello che accade ad una generazione - di ieri, oggi e probabilmente anche domani - che non è in grado più di reagire positivamente al disagio, che si auto-assolve da qualsiasi macchia (o crimine) con estrema facilità, agevolata in questo da "adulti" che non sono più educatori, ma fiancheggiatori. Emblematico il comportamento di uno dei difensori dei quattro che si insinua nella vita della sua corrispondente di altra parte, alludendo e facendo presagire le possibile conseguenze negative di una prosecuzione delle accuse. Questo si sposa perfettamente con la linea difensiva che arriva ad affermare che la ragazzina non ha urlato, perché eccitata. Ogni altro commento è superfluo.

Ascoltando queste "voci" abbiamo avuto la magra consolazione che si possa ancora continuare, con forza e sempre in direzione ostinata e contraria (cit.), ad affermare valori e fondamenti del vivere civile, a presentare forme di denuncia che vengono avvalorate dagli applausi di chi assiste e dal pensiero che giocoforza si porta con sé, quando il sipario si chiude e si esce dalla sala. Se le voci urlano da uno dei tanti cortili che affollano le nostre città, l'ascolto dovrebbe provenire non solo dalle aule di un tribunale (e mai in questa maniera), quando è oramai troppo tardi, ma molto prima, perché un testo del genere possa finalmente diventare una "fantasia", assurda e irrealizzabile, che non ci appartiene (più). Ma forse siamo eccessivamente ottimisti, o visionari.

Golden Show
presenta
VOCI DAL CORTILE
di Edna Mazya
traduzione e adattamento Serena Scateni ed Enrico Maria Lamanna
con Elisabetta Mirra, Brenno Placido, Davide Schiavo, Jacopo Carta, Matteo Bossoletti
regia Enrico Maria Lamanna
scene Chiara Paramatti
assistenti alla regia Cecilia Mati Guzzardi e Vladimir Randazzo
costumi Teresa Acone
luci Marco Macrini
musiche Francesco Verdinelli
durata 80 minuti senza intervallo

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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