Human (recensione)

Quando si salpa da un luogo per approdare ad un altro è necessario stare attenti a non accogliere gli ospiti in "luoghi comuni"

"D'armi io canto e dell’eroe che, primo, dalle coste di Troia venne all’Italia, profugo per suo destino” (da Eneide). Immigrazione, integrazione, accoglienza, ospitalità, indifferenza, amore e perfino odio. Sono tanti i punti ed i sentimenti sui quali lo spettacolo Human, diretto e interpretato da Marco Baliani e Lella Costa, ha attirato l'attenzione degli spettatori, anche la nostra. 

Può una pièce, o per meglio dire un insieme di quadri, toccare le corde che solo un tema così delicato come l'immigrazione - soprattutto gli "sbarchi" - può fare senza scivolare nella retorica? Sicuramente sì, anche in considerazione degli spettacoli ai quali abbiamo assistito precedentemente (vedi Anime migranti, narrazione in musica di un passato che non vuole andarsene).

Così riescono Baliani e Costa che, partendo dai versi di Ero e Leandro divisi dall'Ellesponto, attraversano indenni (almeno all'apparenza) con le parole i "mari" che devono superare i migranti per approdare spesso (a volte non altrettanto indenni), piuttosto che in porti sicuri, in "luoghi comuni": quanto ci riconosciamo nella persona che, guardando in televisione i molti morti sulle rive del nostro "bel" Paese, si commuove sentendosi coinvolgere nella sofferenza dei parenti, per poi scivolare nell'indifferenza creata dal ricordo della cena che si sta per bruciare, perché momentaneamente dimenticata sul gas? Quanto è più terribile il dimenticarsi del sentimento di compartecipazione e di immedesimazione provato qualche secondo prima, rispetto al disappunto di una cena "sprecata"? Sfaccettature di un'umanità volutamente "barrata" nel titolo, una linea di confine che segna quasi la linea limite di uno specchio che fa apparire i nostri sentimenti e i nostri comportamenti rovesciati, perché riflessi, "come nel rovescio di una stessa medaglia.

La "questione" migrazione si ripete ormai da anni, come dice Lella Costa in una battuta "l'Italia è da sempre un grande molo da cui si parte e a cui si arriva": e così i quadri d'insieme - quando Baliani o la Costa sono affiancati da Noemi Medas, David Marzi, Elisa Pistis e Luigi Pusceddo - o i monologhi - quando i due protagonisti "con voce" (i veri protagonisti - i migranti - sono i "protagonisti silenziosi" perché non sul palco) diventano dei flashback tra presente e passato.

Momenti di ironia - la casalinga veneta - si alternano a struggenti interpretazioni, quando Lella Costa, in perfetta cadenza piemontese, interpreta Ottavia, la giovane "Taviott" - come viene chiamata dai suoi cari -  che, superata la quarantena, può finalmente scendere dalla nave che ha portato lei e la sua famiglia in America, dove ad attenderla c'era una "regina alta, con la fiaccola in mano" e che, dopo essere stata forte tutto il viaggio ed aver superato senza lacrime anche le visite più invasive, scoppia in un pianto dirotto leggendo la traduzione di cookies sui cestini da viaggio in vendita per i migranti: "piccoli pasticci"! "Non sono piccoli pasticci - urla straziata - sono pasticcini!" e con una sola frase fa comprendere quanto possa essere duro per una persona entrare in contatto con qualcuno che traduce le parole, e purtroppo anche i sentimenti, non correttamente.

Altrettanto intenso il momento in cui Baliani raccoglie dalla spiaggia effetti personali come abiti, scarpe, giacche, dimenticati, persi, "morti" come i loro proprietari, per rivenderli ai mercatini, ma si ferma inorridito davanti ad un pelouche: "Quello no! Non lo voglio!".

Un dramma rivestito di versi - non è nuovo Baliani a trattare l'attualità integrandola a poemi epici - forse leggermente lungo a voler trovare forzatamente un difetto, ma sicuramente di forte impatto emotivo, anche lasciando da parte il tema sociale trattato e a volersi concentrare sull'impianto scenico. La scenografia (Antonio Marras)  scarna ed essenziale, composta da cubi pressati di capi di vestiario che fungono da seduta o da appoggio, impilati a seconda delle necessità sceniche, toni rossi e bruni per costumi e fondale, illuminato solo nella parte finale del "racconto", composto anch'esso da numerosi (forse centinaia) vestiti cuciti l'uno all'altro che evocano disagio, abbandono, ed anche domande sottese che spesso, anche se non pronunciate, aleggiano in un tutto lo spettacolo: chi li avrà indossati, che storie potrebbero raccontare?

Anche lasciando da parte le questioni politiche (non trattiamo in questo caso gli interrogativi sociali se non dal punto di vista teatrale), è certo che la tematica affrontata, con un taglio registico che in alcuni punti sfiora la drammaticità dei dipinti di Caravaggio con le luci radenti de "La fuga in Egitto" (non erano migranti anche "quelli"?) nella pièce possa lasciare lo spettatore quantomeno turbato e che possa fare uscire dalla sala con qualche interrogativo in più.

Chi c'è dall'altra parte dello specchio, delimitato da quella linea sottile che attraversa la parola "Human"- umano: il riflesso delle nostre vere emozioni, o il loro rovesciamento? E chi distingue l'abito che indossa l'uomo seduto sul divano a guardare un servizio giornalistico da quello che indossa un "migrante" che magari non "ce l'ha fatta!"? E che rimane alla mercè dell'obbiettivo, tutt'altro che umano, del fotografo che cerca lo scoop?

HUMAN
di e con Marco Baliani e Lella Costa
e con David Marzi, Noemi Medas, Elisa Pistis, Luigi Pusceddu
collaborazione alla drammaturgia Ilenia Carrone
musiche originali Paolo Fresu con Gianluca Petrella
scene e costumi Antonio Marras
scenografo associato Marco Velli
costumista associato Gianluca Sbicca
disegno luci Loïc Francois Hamelin e Tommaso Contu
assistenti alla produzone Agnese Fois e Leonardo Tomasi
regia Marco Baliani 
durata dello spettacolo 1 ora e 25 minuti senza intervallo

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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